Come la stragrande maggioranza delle festività religiose cristiane (pensiamo al “rito delle serpi” di San Domenico Abate a Cocullo), anche la notte di San Giovanni Battista in Abruzzo affonda le sue radici nel lontano passato preromano, a quella “giovinezza dell’umanità” pervasa da una profonda “intuizione del divino“, per usare le parole di Gennaro Finamore. Il medico e antropologo abruzzese paragona la notte di San Giovanni a un vero e proprio “monumento di età anteriore alla storia, che il tempo ha intaccato, ma non distrutto”.

Un bacino territoriale dove i culti solari erano molto sentiti, era la Marsica. Alle sorgenti del fiume Giovenco, i Marsi celebravano la festa di Marte Pico, divinità nazionale sabellica e nume tutelare della guerra e dell’agricoltura. Essi cantavano e danzavano intorno a grandi fuochi in attesa dell’alba, quando prendevano addosso la rugiada per essere preservati da qualunque male. In particolare, coloro affetti da rogna si lavavano con l’acqua del Giovenco sperando di guarire. Ancora ai tempi del Finamore, gli abitanti di Pescina, Bisegna e Ortona de’ Marsi, nella notte tra il 23 e il 24 giugno, alla vigilia della festa di San Giovanni, si recavano alle sorgenti del Giovenco aspettando il sorgere del sole, per poi lavarsi nelle acque del fiume.

La forte simbologia solare di questa festa si spiega con il fatto che la sua origine è, appunto, pagana e coincidente con la Litha, uno degli otto sabbat che scandivano la Ruota dell’Anno e il ciclo delle stagioni. La Litha cadeva tra il 19 e il 23 giugno, coincidendo, quindi, col solstizio d’estate.

Lo scopo del rito che prevedeva l’accensione di grandi fuochi era quello di dar più “forza” al Sole, che a partire da quel giorno diveniva sempre più “debole”, poiché le giornate si accorciavano sempre più fino al solstizio d’inverno. Simbolicamente, il fuoco era una funzione “purificatrice” nelle persone che lo guardavano.

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Il salto del fuoco nella notte di San Giovanni a Spoltore (PE)

In chiave cristiana, l’elemento acquatico del culto di San Giovanni rimanda al battesimo, e non è un caso che la festa del santo decollato cada sei mesi prima del 24 dicembre, ovvero la vigilia della nascita di Gesù. Non dimentichiamo che Cristo fu battezzato proprio dal Battista nelle acque del Giordano.

Ma secondo l’ottica popolare del passato, l’acqua era un elemento ambivalente così come la stessa “Madre Natura”, come lei generatore di vita e tuttavia anche apportatore di morte.

A Ortona a mare si diceva che “la ggiurnate de San Giuvann’ è ssignalate“, in altre parole che poteva essere incredibilmente fortunata o infausta, pertanto si temevano infortuni; ad Atri si credeva che qualcuno, in quel giorno, inevitabilmente affogasse.

Molto diffusa era l’usanza di accendere fuochi propiziatori soprattutto davanti alle chiese dove si venerava il santo; i resti di questi fuochi si riportavano a casa in segno di devozione, com’era uso fare a Celano e dintorni. In località San Pelino, nella valle del Fucino, i ragazzi saltavano attraverso la fiamma gridando: «San Giovanni, sàrvami le coss’e e le jammi».

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Il salto del fuoco nella notte di San Giovanni a Spoltore (PE)

Il culto di San Giovanni era sentito particolarmente dalle donne. Nella sera della vigilia, le ragazze in età da marito legavano con un nastro dei gambi di ortica piegandoli da un lato. Se la mattina dopo i gambi si erano raddrizzati, il fidanzato di queste fanciulle sarebbe stato esattamente come quello da loro desiderato. Ancora, sul capo di una giovane si poneva un catino o un bicchiere pieno d’acqua e in questa sai versava del piombo squagliato recitando questa invocazione: «San Giuuanne bboccadòre, manna la sort’a ‘sta fijjòle».

Il giorno dopo si cercava di “leggere” e interpretare la forma che le gocce di piombo avevano assunto nell’acqua durante la notte. Stesso rituale avveniva con l’albume di un uovo. Immerso nell’acqua e lasciato per tutta la notte ad acquisire gli influssi lunari, l’albume nell’acqua veniva poi consultato al mattino, quando aveva ormai assunto la caratteristica forma “a galeone” (o, per alcuni, di una vecchia dal naso adunco, in caso di prossimi eventi nefasti, o di una culla, per una prossima gravidanza).

Sempre durante la notte della vigilia, gli spasimanti lanciavano corone di fiori alle finestre delle loro fidanzate; viceversa, se volevano offendere e vendicarsi delle ragazze che li avevano respinti, lanciavano frutta marcia ed erbacce (Campli).

[Leggi anche – L’ultimo sole dell’anno, il rito dei Glorianti di Scanno]

Innumerevoli erano i riti legati alle proprietà magico-curative e benefiche dell’acqua e della rugiada – la uàzza – che cade durante la notte di San Giovanni, ritenuta portentosa ed efficacissima per curare ogni tipo di dolore fisico (come i reumatismi) oppure per irrobustire la capigliatura delle donne e per scongiurare in loro l’emicrania.

A questo scopo, era d’uso recarsi nel folto di un canneto a pettinarsi i capelli. Da Campli a Gessopalena, da Pescina a Poggio Picenze passando per l’area peligna; ovunque ci si alzava all’alba per bagnarsi le mani e strofinarsi il corpo con la rugiada. Chi voleva guarire dalla rogna si rotolava sull’erba umida; chi voleva liberarsi del fastidioso problema delle emorroidi strofinava sul prato le natiche nude.

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Il rito de “lu ramajette” per celebrare il comparatico nella notte di San Giovanni

Le massaie dell’aquilano appendevano i panni alle finestre sul fare del giorno, perché l’acquazza di San Giovanni era un toccasana anche per i tessuti. Le ragazze e le donne di Lanciano, invece, si recavano, sempre all’alba, sul lido di Fossacesia per fare il bagno e irrobustire il corpo e i capelli.

A Pescina le donne andavano a raccogliere l’acqua del fiume Giovenco che veniva scaldata e intrisa di farina per ottenere un lievito efficace. I ragazzi e le ragazze del posto andavano al fiume o alla fontana per lavarsi vicendevolmente il viso, baciarsi amichevolmente e diventare così compari o comari.

Tra i riti più celebri, e ancora presenti, troviamo l’abluzione nel Liri degli abitanti di Civitella Roveto (AQ). Alle quattro del mattino, lo scoppio di tre fuochi nel cielo sveglia i fedeli che si recano in massa sulla riva del fiume che attraversa il paese, immergendo le gambe, segnandosi la fronte e raccogliendo acqua da riportare a casa. Terminato il rito e la solenne messa sulla riva, i civitellesi raggiungono la piazza del centro storico del paese alle prime luci dell’alba, dove si terrà un’asta (ancora oggi in lire) per decretare la fortunata quadriglia che avrà l’onore di portare la statua del santo.

A Spoltore, sulle colline pescaresi, è invece ancora vivo il rito de “Lu Ramajette“, in cui coppie di commari e compari si scambiano simbolicamente un fascio di erbe, bagnandole nell’acqua della fontana che si trova d’innanzi alla chiesa del santo. Con questo rito si rinnova un rapporto di amicizia e solidarietà reciproca, nel quale ci si impegna a rispettarsi e aiutarsi per la vita, divenendo “compari a fiori” (cumpar a fiùre).

Nella notte precedente San Giovanni anche molte erbe diventavano magiche, acquisendo qualità medicinali. Per esempio la vitalba veniva usata per intrecciare delle corone che si mettevano in testa per curare l’emicrania, oppure per creare delle cinture che, legate intorno ai fianchi, avrebbero combattuto i dolori reumatici, muscolari e addominali (in quest’ultimo caso a Sulmona).

I fiori di felce venivano raccolti in un fazzoletto posto sotto una pianta, che poi veniva cucito per confezionare un talismano dalle proprietà apotropaiche ma anche coercitive: i possessori di questo talismano avrebbero potuto piegare la volontà delle persone e ottenere così ogni sorta di favori.

Altre erbe erano usate per preparare dei decotti: sambuco, malva, assenzio, menta… tutti rigorosamente raccolti prima dell’alba. Dai rami di olmo si ricavava un olio utilizzato a mo’ di balsamo per capelli.

Si andava anche in campagna o nei boschi per “impaurire” gli alberi da frutto e intimare loro di garantire un buon raccolto dicendo: «O me djìe o te djìenghe!» colpendo il tronco con il capo dell’accetta e girando tre volte intorno all’albero ripetendo la minaccia.

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La processione di San Giovanni a Civitella Roveto (AQ)

Nella mentalità del popolo, quello di San Giovanni era il comparatico per eccellenza, quando si rinsaldavano gli affetti e i legami di amicizia o famigliari. Materia del rito erano i fiori che si scambiavano in mazzetti nello stesso giorno, oppure la persona che li riceveva a San Giovanni poteva contraccambiare regalando a sua volta dei fiori il giorno di San Pietro. Un rito di comparatico molto peculiare si teneva a Palena, dove due ragazzi o ragazze, dopo essersi scambiati i fiori, legavano i rispettivi mignoli girando tre volte intorno all’altare della chiesa madre recitando: «Cummar’ e cumbare, nghe San Giuvanne care, la féda che tt’attocche, nne’ la huastà, ca vjìe a la morte. Catenèlla, catenèlle, nne’ la huastà ca vjìe a le ‘mbèrne».

A Pratola Peligna, se una madre voleva procurare a sua figlia due comari, sceglieva due donne a lei favorite, che si recavano in chiesa ad inginocchiarsi davanti l’altare maggiore. Quella che aveva in braccio la bambina recitava il Pater, l’Ave Maria, il Gloria e il Credo; poggiava per un momento la fanciulla sull’altare per poi passarla all’altra donna che faceva lo stesso. Il rito si ripeteva per tre volte e, nel caso di un bambino, gli “attori” della “messinscena” sarebbero stati due uomini.

In ogni caso, il momento culminante della festa di San Giovanni era lo spuntare del sole all’alba del 24 giugno. Si assisteva a questo spettacolo con la speranza (e la convinzione) di vedere apparire la testa di San Giovanni nel disco solare. In particolare, si diceva che la testa del santo, ancora intrisa di sangue dopo la decapitazione, si lavasse specchiandosi nel mare, laddove si assisteva all’alba in località marine.

Riguardo questa credenza, chiudiamo la nostra breve e compendiaria rassegna con una citazione del più illustre degli abruzzesi, Gabriele D’Annunzio (grande cultore di folklore e tradizioni), che ne La figlia di Jorio (1904) fa esclamare alla giovane contadina Ornella: «E domani è San Giovanni, fratel caro; è San Giovanni. Su la Plaia me ne vo’ gire, per vedere il capo mozzo dentro il sole all’apparire, per veder nel piatto d’oro tutto il sangue ribollire.»


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Danilo Borri

Vivo a Sulmona e ho frequentato le università di Chieti e de L'Aquila, dove ho ultimato gli studi. L'interesse che ho da sempre nutrito per la storia, le usanze e le tradizioni della mia terra, insieme alla passione per l'arte, mi ha spinto a diventare una guida turistica abruzzese, professione che svolgo dal 2010.