Di Antonio Secondo.

Nella narrazione cinematografica, così come in quella editoriale, ciò che è realmente determinante ai fini della storia non è il pretesto che introduce l’eroe all’avventura, ma le conseguenze da esso generate. Il mito di Ananke nella cultura popolare contemporanea ricalca perfettamente questa teoria, promuovendo quella particolare interpretazione del mondo secondo cui il destino di ogni individuo si compirà indipendentemente da quest’ultimo.

In Tempo di Uccidere di Flaiano, le tumultuose vicissitudini abissine che accadono all’ombroso tenente protagonista del libro vengono generate da un banalissimo mal di denti, così come quelle di George e Lennie in Uomini e Topi di Jhon Steinbeck da un semplice nuovo impiego lavorativo.

Sarà per questo che i teramani Claudio Romano e Betty L’innocente (Minimal Cinema) hanno scelto di intitolare proprio Ananke la loro opera prima, una pellicola girata interamente a Stivigliano, frazione abbandonata di Valle Castellana in provincia di Teramo, in appena due settimane del Novembre 2014.

registi abruzzesi

Ananke, di Claudio Romano

La sinossi del film è essenziale: una coppia non meglio identificata di un tempo altrettanto incerto si rifugia in uno sperduto ed abbandonato paesino montano per sfuggire ad una terribile epidemia che sta decimando la popolazione mondiale.

Se anche voi, come me, leggendone trama avete da subito immaginato una pellicola alla John Carpenter infarcita di zombie, armi chimiche e bunker sotterranei vi avverto che siete fuori strada (anche se apprezzo il vostro background così anni ’90: grazie Notte Horror per tutto ciò che ci hai donato). Quello di Claudio Romano è un cinema più cupo, dalla fotografia cruda che ricorda per certi versi le opere di mostri sacri cinema e del documentario etnografico italiano come Luigi di Gianni (Grazia e Numeri, Magia Lucana, Nascita e Morte nel Meridione).

Dal momento che detesto improvvisarmi non intendo però in questo articolo analizzare criticamente Ananke, tanto più che credo di non poter aggiungere nulla di più concreto in questo senso alle stupende parole già spese sul film da Amalia Temperini.

Ciò che invece mi preme è raccontarne il contesto e per farlo ho deciso di rivolgermi direttamente a chi lo ha concepito. Chiacchierando con Betty, co-sceneggiatrice dell’opera, ho rafforzato una vecchia teoria concepita da tempo secondo cui questa regione, l’Abruzzo, sarebbe pronta a raccontarsi al grande pubblico, se solo i suoi ambasciatori (cineasti e produttori, in questo caso) ne comprendessero le potenzialità. Sono ancora pochi, e screditati, quelli che hanno scelto di lavorare su questo aspetto, e ancora meno quelli che, a mio avviso, vi sono riusciti senza cedere alla tentazione di commercializzare le proprie opere infilandovi qui e là del becero e retorico populismo.

film girati in abruzzo

Claudio Romano sul set di Ananke

In Ananke questo non accade e, cosa più straordinaria, il film nella sua ricerca della più pura introspezione umana, parla di questa regione più di quanto forse i suoi stessi autori avrebbero desiderato fare.

Nonostante il film sia stato girato in francese e non faccia menzione alcuna rispetto a dove si trovino e chi siano i suoi protagonisti, la feroce poetica alla base di Ananke parla per certi versi un dialetto locale, la lingua ermetica di vallate circondate da montagne e popolate dai sogni e dalle inquietudini rurali di chi le vive.

Una lingua che gli autori della pellicola sembrano parlare alla perfezione. Conosciamoli dunque, e lasciamo che siano loro a confermare o smentire quanto appena detto.


1. Un saluto a entrambi. Come ho appena detto ho trovato il vostro film in perfetta sintonia con il mood del progetto Gotico Abruzzese, ma devo ammettere di aver ritrovato nel vostro stile di narrazione un forte desiderio di internazionalizzare l’opera (anche attraverso la scelta della lingua). Posso chiedervi quindi in che modo avete lavorato al concepimento del soggetto e della sceneggiatura di Ananke?

Betty L’Innocente
: Grazie, innanzi tutto, per l’opportunità di parlarne proprio su Gotico abruzzese, che seguo con ardore. Ananke è nato sul finire del 2011, avevamo l’esigenza forte di scrivere un film. Non abbiamo pensato a chi fosse destinato, abbiamo deciso di concepirlo quasi egoisticamente come si fa quando si mette al mondo un figlio. Sin da subito abbiamo pensato che dovesse essere in francese, un francese stentato, in un primo momento per una ragione eufonica, di contrasto con la durezza della narrazione, poi io essendo una storica mi prefiguravo un mondo di perenni esuli, una terra non promessa dove si parlasse un’idioma che non fosse più una lingua madre, un codice fonematico endemico, ma qualcosa di imparato ad orecchio, per sopravvivere. Ananke è vomitato fuori, abbiamo sofferto e gioito insieme, avendo tutto il tempo per il labor limae. Spesso ripenso a quell’inverno gelido nella nostra terza casa senza corrente, a volte sorrido, a volte ho ancora i brividi. Sono una persona molto diversa da allora, più disillusa, più cupa, ma credo che sia stato l’unico momento in cui io mi sia sentita davvero viva.

Claudio Romano: Non saprei risponderti sull’internazionalizzazione del film. Sono convinto che un film sincero e schietto non abbia patria e una cittadinanza alla quale rivolgersi. Quando si parla alle persone, ai loro sentimenti, non c’è bisogno di preoccuparsi di una cosa del genere. Siamo tutti uguali in fondo: malinconia, rabbia, tristezza, gioia, nostalgia sono sentimenti vissuti dagli esseri umani di tutto il mondo. L’impegno maggiore è stato quello di parlare alla gente con l’alfabeto delle passioni. Per il resto era importante creare un testo incompleto e difettoso, dal punto di vista letterario. Una guida piena di buchi, da riempire con le immagini. Questo di solito si traduce in un’idea chiara e semplice, che indirizzi tutto il processo realizzativo, e una sceneggiatura aperta all’imprevisto e alle suggestioni. Per la gioia dell’aiuto regista che organizza invano le riprese.

paesi fantasma abruzzo

2. In una precedente intervista rilasciata per Subcity.it, Federica Rapino definisce Ananke un “piccolo film partigiano”, per via della riottosità con la quale la pellicola si contrappone ad un’idea di cinema convenzionale. Personalmente l’ho trovata inappuntabile. Vi riconoscete ancora in questa definizione?

B.L’I.: Mi ci ritrovo e credo anche Claudio, più di prima. Quando abbiamo fatto l’intervista con Federica Rapino, mia cara amica conosciuta all’università e rapita da noi per il film, avevamo girato Ananke da poco ed eravamo eccitati. Ad oggi posso affermare che fare cinema è un’esigenza di vita, una militanza vera e propria.

CR: D’accordissimo sul “piccolo film”, inteso come breve e costato poco. Partigiano? Sì, di solito si usa dire così, si usa proprio questo termine per definire un certo modo di fare un film. Su Ananke si è detto che rifiuta le modalità industriali, che fugge da esse. Ci si è parecchio concentrati sugli aspetti produttivi, sulle scelte anomale e testarde. Purtroppo si tende a standardizzare ogni aspetto della nostra vita e il cinema non sfugge da questa spietata pratica. Per quanto mi riguarda, è assolutamente ovvio fare delle scelte coerenti con ciò che voglio realizzare, a costo di risultare impopolare, anacronistico, perfino snob. Non credo ci sia nulla di speciale nel ragionare così, è una questione di necessità. In fondo non mi interessa minimamente questo aspetto, continuerò a fare film nella maniera che riterrò opportuna. Pertanto non credo si tratti di un film partigiano dal punto di vista produttivo, anzi, nonostante quel che si dice io ritengo si tratti di un film produttivamente convenzionale. Ciò che forse lo rende particolare è il suo tema, il territorio dove si posa lo sguardo. Ma forse è meglio continuare questa risposta dopo.

abruzzo film commission

3. “Cinema Minimale”: da cosa nasce questa esigenza?

CR: Ecco, ora posso integrare la mia risposta precedente.
Ciò che mi interessa è focalizzare l’attenzione sulle piccole ed insignificanti cose della vita. Momenti che nella scansione temporale frenetica del quotidiano ci sfuggono, che nella spietatezza delle 24 ore giornaliere decidiamo di buttare via, perché magari non diamo ad essi alcun valore. Il cinema può cristallizzare quei momenti, restituirli alla collettività affinché abbiano la possibilità di essere rivalutati, possano acquisire un valore per l’individuo. L’anestetizzato uomo contemporaneo deve ristabilire il rapporto con le proprie emozioni, altrimenti rimane solo un corpo che respira e compie azioni in maniera meccanica. Faccio un esempio sciocco: hai presente quando in un film qualsiasi assistiamo ad un litigio fra due personaggi? Una discussione in un campo e in un controcampo: ha un inizio, uno svolgimento e una conclusione. Vi sarà un diverbio iniziale, magari, vi saranno dei discorsi da parte dei personaggi a sostegno delle loro posizioni, delle parole, magari delle urla, uno scontro, una risoluzione.
A me interessa esattamente ciò che sta in mezzo a quelle parole. Mi interessa conoscere cosa c’è fra un taglio di montaggio, cosa si annida in una pausa, cosa c’è fuori campo, nascosto ai nostri occhi. Mi interessa il buio e il silenzio, la sfocatura, l’indecisione, l’ineffabile. Non è un vezzo, è ciò che mi interessa. Ed è ciò che servirebbe a tutti noi per campare meglio: prestare attenzione alla fugacità della vita, ai sentimenti passeggeri e impercettibili. Le vicende mi interessano poco, dunque anche le trame. Mi interessa ciò che si nasconde fra le pieghe.

4. Avete scelto di dedicare il film a Carlo Lizzani e Claudio cita tra i suoi modelli di riferimento Ozu, Bresson, Tarkovskij e Welles, quindi mi viene spontaneo chiedervi: c’è qualcosa che non va, o che non funziona, nella produzione artistica contemporanea?

CR: C’è molto che funziona, la settima arte è forse la più florida. Nonostante la rovina umana del XXI secolo, ci sono tanti cineasti ostili all’incedere del vuoto e dell’omologazione. Riusciamo ancora a vedere almeno quattro o cinque titoli ogni anno davvero importanti. Credo siano molti, ripeto, per i tempi che corrono.
In Italia il discorso non è diverso, anche se si subisce un certo isolamento, si viene messi ai margini di ogni cosa. Ma il cinema esiste, è fiaccato e stanco ma incazzato e immortale. Film come Fragment 53 di Carlo Gabriele Tribbioli e Federico Lodoli e Montedoro di Antonello Faretta lo dimostrano. Attendo anche di vedere I tempi felici verranno presto di Alessandro Comodin, che sono certo non mi deluderà.

B.L’I.: Ananke è dedicato a due persone fondamentali della mia vita, a due persone conosciute brevemente, due meteore che hanno segnato per sempre la mia persona. Carlo Lizzani e Ciro Giorgini. La terza fa parte della mia infanzia e della mia giovinezza, un angelo custode, un fantasma, un’eterna ed indimenticabile presenza. Per quanto riguarda il panorama contemporaneo penso che ci siano molti talenti e molto fervore, penso a Mauro Santini, regista marchigiano dal respiro internazionale. Abbiamo il dovere di ricercare e non farci imboccare. É dura, ma credo che sia stato sempre così per la settima arte. Confido negli spettatori. É il pubblico, i fruitori di cinema, che mi interessano, le fatiche ed il sistema fanno parte del gioco in secula seculorum.

Marco Casolino e Solidea Ruggiero in una scena del film

Marco Casolino e Solidea Ruggiero in una scena del film

5. La fotografia del film è strutturata quasi esclusivamente su inquadrature fisse, posso chiedervi il perché di questa scelta stilistica?

CR: In origine non era proprio così. All’inizio il film durava 210 minuti, poi 110, infine 70. Nelle prime versioni le scene erano costituite quasi interamente da lunghi piani sequenza, che ponevano però un problema di esplorazione spazio/temporale, se così possiamo dire. Inoltre non ero pienamente soddisfatto di un altro aspetto: man mano che il montaggio si rivelava il discorso sul fuori campo è divenuto sempre più fondante, scheletro portante del film. Volevo anche che lo spazio si annullasse, mettendo in relazione campi e controcampi a distanza, provando a creare una teorica contrazione del tempo di fruizione. Tutto il resto è stata pancia.

6. Parlando della nostra regione, quali sono stati i punti critici e di forza del girare un film indipendente in Abruzzo?

CR: Ci sto pensando, ma non mi vengono in mente punti critici. Ho avuto maggiori problemi con luoghi, persone e istituzioni fuori dalla mia regione, senza ombra di dubbio. L’Abruzzo è una terra ideale: abbiamo mare, montagna, colline, campagne, altipiani, distese di cemento, città, borghi fantasma, degrado, parchi nazionali, riserve, boschi, pascoli. Di tutto. Non abbiamo una politica attiva nel ramo della sovvenzione culturale e questo lo metto fra i punti di forza. Siamo liberi di fare come ci pare. Sembrerà pure una banalità, ma io me la tengo stretta. Non voglio che il mio lavoro venga riconosciuto da qualche istituzione, o meglio, non mi interessa. Mi è indifferente. Un altro punto di forza è sicuramente il fatto che non esiste un’industria del cinema, in Abruzzo. Questo vuol dire che non si è costantemente circondati da sciacalli determinati a monetizzare ogni cosa e gente che ti vede come un concorrente o un nemico da sorpassare (leggi abbattere) per ottenere sovvenzioni, aiuti, stampelle, raccomandazioni (come a Roma). Io e Betty viviamo in una piccola cittadina, Alba Adriatica. La prima cosa che faccio al mattino è andare in giardino e dare il buongiorno ai miei anziani vicini di casa. Parlare del meteo, di cosa cucinare a pranzo, del turismo e di ogni altro argomento di conversazione. Questo mi fa stare bene, mi trasmette serenità. Qui non si è alienati come in una grande città. Si corre di meno, la gente ti aiuta in cambio di niente. La parola data conta ancora qualcosa e si fa amicizia velocemente con gli altri. Questo si traduce in una grande solidarietà. Non me ne frega niente della politica, mi importa della gente. E la gente in Abruzzo è bella, mi ha sempre dato una mano e mi ha sempre sostenuto. Un regista non dovrebbe mai dimenticare questo, il tempo è la cosa più preziosa che ha un essere umano e non è scontato il fatto che qualcuno sia disposto a donartene un po’. Io lo apprezzo tantissimo, così come apprezzo il fatto che le persone del mio paese mi seguano con entusiasmo e affetto. Senza gli abruzzesi non esisterebbero i miei piccoli film.

B.L’I.: L’Abruzzo è una terra magica, mistica, feroce. La ritengo un set naturale, ancora poco esplorata e questa verginità porta con sé dei vantaggi e degli svantaggi, come per ogni pioniere. Sicuramente ciò che ha agevolato la nostra impresa è stata la curiosità e la magnanimità delle persone, sia degli amici che di quelle incontrate lungo il nostro cammino. Se potessi usare un’iperbole, senza peccare di arroganza, paragonerei l’esperienza di fare un film indipendente in Abruzzo al romanzo di Silone “L’avventura di un povero Cristiano”!

7. La creazione di una Film Commission regionale è una domanda che ho affrontato già in un’altra intervista, ma da quanto so voi in passato avete cercato di lavorare personalmente ad un progetto del genere, quindi mi piacerebbe sapere la vostra sull’argomento.

B.L’I.: Questa è una domanda a me cara, potrei dilungarmi ma non voglio tediare nessuno. Semplicemente posso dire che trovo inconcepibile che non ci sia la volontà politica di costruire una realtà tanto importante e necessaria come la FC. In passato, fino a prima del terribile terremoto dell’Aquila del 2009, avevamo un riferimento, seppure astruso, poi il nulla. L’ho gridato a gran voce nell’interesse di molte realtà autoriali che operano sul territorio, ma evidentemente non ho scosso nessuna sensibilità. Basterebbe guardare a quelle realtà, vedi l’Apulia Film Commission per citarne una, funzionali e vive per ricreare un modello operativo e strutturato. Ho diversi progetti nel cassetto, non intendo rimanere statica, è una delle cose per cui mi batto e per cui lotterò in futuro, forte del fatto che ho toccato con mano la dura realtà di fare un lungometraggio in terra d’Abruzzo. Spero con tutta me stessa che venga costituito un tavolo tecnico e non solo politico e che vengano coinvolte anche le realtà accademiche presenti sul nostro territorio.

film in programmazione

Betty e Marco Casolino

8. Ho letto che al momento siete impegnati in un nuovo progetto, Liebe, vi va di parlarcene?

CR: Liebe è un film sulla bellezza della morte, un viaggio nell’aldilà, nei ricordi e nell’immaginazione. Senza nessun confine. É un viaggio sciamanico, o meglio, è un tentativo di rappresentare quest’ultimo. Quando l’anima si scinde dal corpo non è più soggetta a certe leggi, come il tempo. In un viaggio di questo genere “un secondo” o “un’ora” sono concetti che non hanno alcun significato. La coscienza si espande e si rivivono, in maniera estremamente vivida, ricordi e sensazioni. Un viaggio sciamanico, un’esperienza di pre-morte e un’esperienza cinematografica hanno molto in comune. Liebe segue Ananke, è il suo logico seguito. É un film di fantasmi, è una storia d’amore.

B.L’I.: Un sogno gotico senza confine tra i due mondi. Paura, vita, amore, morte, sensi di colpa, tutto osservato come il processo dei vasi comunicanti.

9. Il teramano è una delle zone più identitarie d’Abruzzo, una provincia ancora molto radicata alle sue tradizioni e al suo dialetto. Questo tipo di cultura ha in qualche modo contribuito alla vostra formazione artistica o invece ve ne reputate completamente slegati?

B.L’I.: Io sono per metà abruzzese, da parte di padre e per metà friulana, da parte di madre. Sono nata e cresciuta nella provincia teramana. Ho sempre sentito forte il richiamo della mia terra e sono legata profondamente da un sentimento bipolare ad essa; la odio e la amo. Mi sento esule il più delle volte, perché parlo una lingua inutile, inascoltata quasi come il francese sporco del nostro film. Io sono nelle piante, nelle ortiche selvatiche che ricoprono i ruderi, nelle declinazioni dimenticate del dialetto delle vecchie che ricamano al sole, nei balloni di fieno delle campagne, nel sapore acre dei pomodori che si cuociono nei bidoni di latta in agosto, nel vino tinto sulle tovaglie in autunno. Porto tutto dentro di me, un mondo rurale,fiero e sudato sugli scialli neri a lutto, intorno alle “zocche” di corallo delle collane delle nonne. Per me Giuseppe Mezzanotte rappresenta l’educazione sentimentale che ogni abruzzese dovrebbe avere.

CR: Io sono nato a Novara da padre torinese e madre bavarese. I miei nonni paterni sono di Canosa, quelli materni polacchi. Ci siamo trasferiti in Abruzzo nell’87 circa, quando avevo cinque anni. In casa si è sempre parlato l’italiano ed il tedesco. Quando ho iniziato le scuole elementari ho imparato il dialetto abruzzese e dimenticato il tedesco. Sì, l’Abruzzo ha lasciato un segno indelebile in me, evidentemente. Adoro il dialetto abruzzese, le sue infinite varianti a distanza di 5 km, la sua potenza evocativa, la sua violenza. Adoro la vita contadina, la vita dei pastori, la vita dei pescatori. Non vivrei mai in una città, mai e poi mai. Mi è impossibile. Sono cresciuto in campagna, già Alba Adriatica per me è una metropoli, figuriamoci. Tutto ciò che sta cadendo in disuso mi affascina: le antiche credenze, le tradizioni, le pratiche religiose, lo studio e l’utilizzo contadino della flora regionale in cucina o in omeopatia, la saggezza degli anziani. Insomma, non sono nato in Abruzzo, ma l’Abruzzo è decisamente casa mia.

movieland

Sul set di Ananke

10. Lasciateci ideando sul momento una breve sinossi di un film gotico e abruzzese.

Illusione ipnagogica in una notte di fine Settembre.
– “Un uomo beve il suo bicchiere di vino, appoggia il cappello sul tavolo e tira fuori un coltello a serramanico dalla tasca dei pantaloni. Sbuccia una pera e la mangia. Passa una cornacchia e si fa sera. L’uomo si corica, il grosso letto matrimoniale cigola sotto il suo peso. L’uomo accenna un latino stentato e recita “lu diasill”. Accanto, sul comodino, la fotografia di una giovane donna con un bambino in braccio. Una foto in bianco e nero che l’uomo guarda sgranando il rosario. Sospira portando le mani alla fronte. Si addormenta. La tenda della stanza danza ad ogni alito di vento, mentre cala una notte di fine settembre. Come in un vortice di luce entra flebile una donna che pare una fiammella. É la donna della fotografia ma senza il bimbo. Si siede accanto all’uomo, gli toglie la corona dalle mani e l’appoggia al pavimento di pietra. La donna si avvicina al petto, pare sdraiarsi accanto all’uomo. D’un tratto è sopra di lui e preme con tutta la sua forza di luce sul petto dell’uomo che dorme. Il respiro diventa affannoso, poi un gemito ed un sussulto. L’uomo si alza di scatto, riprende fiato faticosamente. Biscicando impaurito esclama: – Marì puzz avè n’insuld! Ch t so fatt di mal? Pecché m’arvì ‘nsogn com na pandaf’c?!” (Trad. “Maria che tu possa morire di paura! Cosa ti ho mai fatto di male? Perché mi vieni in sogno come la “pandafeche”).

Antonio Secondo

Vivo a Sulmona (AQ), dove sono nato e dove da qualche anno ho deciso di tornare a vivere. Mi occupo di web content e redazione di articoli, saggi e sceneggiature. Dall'autunno del 2013 sono inoltre editor di Gotico Abruzzese, un progetto nato con l'intento di raccontare un Abruzzo onirico e fuori dall'ordinario.