Tempo fa, sempre su questo blog, ho raccontato la storia di Giulio, un ragazzo della mia età che dopo diversi anni di studio e lavoro a Milano ha scelto di tornare in Abruzzo per investire le competenze professionali fino a quel momento acquisite nella regione in cui è nato e cresciuto.

Di storie come quella di Giulio non ne esistono molte, perlomeno in Abruzzo. Oppure si?

Me lo sono chiesto dopo aver scritto l’articolo ed essermi reso conto che alcuni tra i miei amici, proprio come Giulio, avevano deciso di seguire lo stesso percorso, e che anche io ero uno di loro.

Tornare non è facile, e per ogni abruzzese che sceglie di farlo ce ne sono decine, forse centinaia, che si dirigono in direzione opposta. Ma le storie di questi ultimi sono costantemente sulle pagine di stampa, tra le righe dei dati ISTAT, nei discorsi della gente, mentre chi riabbraccia la provincia alla ricerca di un obiettivo, definito o meno che sia, sembra quasi non esistere, e devo ammettere di aver faticato non poco per scovarne qualcuno da intervistare.

Alla fine ce l’ho fatta mosso dal profondo desiderio di celebrare questi piccoli e difficili atti di coraggio, a volte ripagati, altre volte no (o perlomeno non ancora), ma sempre e comunque degni di essere raccontati.


Chiara

lavoro abruzzo

Di dove sei originaria?
Sono nata a Trieste, da madre romana e padre teramano. Ho fatto le scuole dell’obbligo ed il liceo a Pescara. Sono partita per Roma dove ho fatto l’università, laureandomi in lettere cum laude.

Dove vivevi / di cosa ti occupavi?
Vivevo a Roma, dove mi sono laureata e dove ho fatto un corso di specializzazione post laurea alla Scuola Nazionale Cinema per l’insegnamento della didattica dell’audiovisivo. Poi sempre a Roma ho cominciato a lavorare, occupandomi per lo più di formazione, lavorando ad esempio per alcuni corsi professionali della Regione Lazio (attori doppiatori, cineoperatori…).

Presto però ho cominciato un pendolarismo faticoso tra Roma e Pescara, passando da un lavoro a progetto all’altro e cominciando a lavorare in Abruzzo per l’Università G. D’Annunzio (docenza per un master post laurea), per l’Istituto di ricerca regionale… e così via.

Contestualmente ho lavorato come operatore culturale e gestito con un gruppo informale per la gestione settimanale del cinema teatro Michetti (attualmente chiuso) e curando la direzione creativa de il lunedì d’essai. Nel mentre ho preso anche il patentino da proiezionista e sono stata la prima donna a conseguirla in Abruzzo, ma francamente non ho mai pensato di fare il proiezionista, anche se è l’unico lavoro che mi sia stato offerto senza che io lo cercassi!

Quando e perché hai scelto di tornare a casa?
Un po’ è capitato perché, come dicevo, ho cominciato ad avere proposte di lavoro a Pescara, un po’ mi sono innamorata e cominciato una lunga e bellissima storia d’amore (che poi è finita!), un po’ avevo i miei affetti più cari qui e per me vivere le persone che amo è una priorità assoluta, da sempre.

Sei pentita di questa scelta?
No. I “se” in storia non esistono.

Qual è la difficoltà maggiore riscontrata da chi sceglie di tornare a casa?
Trovare un lavoro stabile, reinventare una vita di relazione che si è interrotta alla fine del liceo, riabituarsi a quello di cui potevi beneficiare vivendo in una grande città, ad esempio avere una proposta culturale ridotta amplissima che in provincia manca del tutto.

Al momento di cosa ti occupi?
Sono Direttore Creativo di un’agenzia di comunicazione integrata.

Qual è la cosa più bella dell’essere tornato a casa?
Vivere accanto ai miei genitori e agli amici di sempre. Avere una gestione della vita quotidiana più semplice e meno cannibalica di quella a cui ti condanna invece una grande città. Quindi disporre del proprio tempo in maniera più libera, intensa. Spostarsi facilmente da un capo all’altro della città, anzi dell’area metropolitana e per me che sono ritardataria è un vero privilegio ;-)

Susanna

keria associazione

Di dove sei originaria?
Raiano.

Dove vivevi / di cosa ti occupavi?
Vivevo in Danimarca. Frequentavo un master in Agricultural Development presso l’ Università di Copenhagen, ho lavorato su un progetto promosso dalla stessa Università, nonché come cameriera e ragazza alla pari.

Quando e perché hai scelto di tornare a casa?
Non era la prima volta che partivo, e non è la prima volta che torno. All’età di 19 anni me ne andai sempre in Danimarca con il desiderio di costruirmi una vita dignitosa in un Paese che avesse rispetto per il cittadino e l’ambiente che lo ospita. Ma la cocciutaggine e la voglia di non abbandonare la mia terra mi ha sempre rispedito al mittente.

In questa occasione (che spero sia definitiva) la decisione è stata presa alla fine del primo anno di master, diciamo luglio 2015. A quel punto avevo acquisito la piena consapevolezza che nonostante la padronanza della lingua danese, e nonostante l’apertura di quel popolo verso gli stranieri (non più così tanto ormai dopo le derive pseudofasciste delle ultime elezioni) sarei sempre stata un’estranea in casa di altri.

E la presa di coscienza che se ce ne andiamo tutti noi che amiamo le nostre terre, resteranno solo gli sfruttatori a banchettare sulle nostre risorse, continuando a fare scempio di ciò che è patrimonio di ognuno di noi. Così decisi che piuttosto che stare poco bene a casa di altri, preferivo stare poco bene a casa mia, e continuare a lottare per non mandare in malora tutta la bellezza che abbiamo ereditato dai nostri avi.

Sei pentita di questa scelta?
Assolutamente no.

Qual è la difficoltà maggiore riscontrata da chi sceglie di tornare a casa?
Il cercare di non farsi abbattere dallo stato di fatto. Fare in modo che il cancro del disfattismo peligno non ti contagi, e proseguire lungo il tuo percorso senza dubbi né rimorsi, al di là dei vari “ma chi te l’ha fatto fare” e “io te l’avevo detto”.

Al momento di cosa ti occupi?
Sto tentando di portare avanti un progetto di agricoltura sostenibile/permacultura incentrato sulla sostenibilità ambientale e sociale, per dimostrare che la Valle Peligna può davvero essere la regina dell’agricoltura dolce, rispettosa delle risorse naturali e umane, nonché un distretto di sostenibilità ambientale/sociale/economica. Credo fermamente che il rilancio economico della Valle debba partire dal capovolgimento del paradigma di sviluppo peligno: basta fabbrichette e speculazioni edilizie, basta grandi opere, tanto dispendiose quanto inutili, ma bensì puntare sul nostro suolo, la nostra acqua, la nostra aria, il nostro cibo, proteggendoli e valorizzandoli.

In tutto il mondo è questa la direzione che le politiche di sviluppo stanno perdendo, non capisco perché dobbiamo sempre arrivare in ritardo e raccattare le briciole di chi è più sveglio di noi, al punto da capire che fare il bene della comunità vuol dire anche fare il proprio interesse… basta guardare la società delle api, perdinci!!!

In più ho fondato assieme ad amici volenterosi un’associazione chiamata Keria – Associazione Agri-Artistica, con la quale intendiamo avviare una serie di progetti incentrati sulla promozione dei concetti di sostenibilità ambientale, sociale e di economia solidale, le varie forme di arte e cultura anche integrate in una dimensione agreste, nonché la valorizzazione del patrimonio ambientale, artistico, culturale ed enogastronomico del territorio Peligno.

E per non annoiarmi do una mano ai miei genitori nella gestione del Bar Aterno Gelateria, cercando di promuovere il nostro territorio anche attraverso il palato! E direi che siamo sulla buona strada, visto che siamo appena stati elencati tra le 100 gelaterie più buone d’Italia!!

Qual è la cosa più bella dell’essere tornato a casa?
Il poter dire fermamente “IO CI SONO”, nonostante tutto….

Dario e Elisabetta

artigianato abruzzese

Di dove siete originari?
Io (Dario) sono nato a Roma, Elisabetta a Pescara, ma entrambi siamo cresciuti a Pescara.

Dove risiedevate / di cosa vi occupavate?
Dal 1999 al 2003 abbiamo vissuto a Treviso, dove abbiamo frequentato la facoltà di Disegno Industriale dello IUAV di Venezia. Eravamo studenti e la nostra vita si svolgeva tra Treviso e Venezia.

Quando e perché avete scelto di tornare a casa?
Lo abbiamo scelto ancor prima di partire. Ci sembrava naturale, imparare altrove cose che ci interessavano e che non potevamo apprendere a casa nostra, per poi tornare.
Quindi scegliemmo una facoltà di design tra le migliori in Italia, per completare la nostra formazione di progettisti (iniziata a Pescara, nella facoltà di architettura), per poi tornare nella nostra città ed aprire uno studio/laboratorio in cui dedicarci alla progettazione unita all’attività di ceramisti, maturata da autodidatti a partire dal 1997.

Siete pentiti di questa scelta?
No, non siamo pentiti, anche se le opportunità in termini di spunti creativi sottovalutati (l’Abruzzo ne è ricchissimo) è controbilanciata dalla fatica enorme che occorse sopportare per i primi anni, nel tentativo di soddisfare le minime esigenze di vita.

Qual è la difficoltà maggiore riscontrata da chi sceglie di tornare a casa?
Dipende dall’attività con cui si sceglie di vivere e da quale contesto si ritorni.
Nel nostro caso il lavoro creativo implica difficoltà più o meno spiccate ovunque, poiché a parte alcune “isole felici”, in Italia la creatività non è riconosciuta come valore.

Quindi la prima difficoltà è stata mettere a frutto competenze acquisite in luoghi in cui la parola design o designer non creano disorientamento, in una regione in cui si perde il patrimonio della creatività arcaica (l’Artigianato) e che quindi non può capire con facilità il valore del fare innovazione con le mani e con la testa.

Pertanto, la prima difficoltà è stata cercare di vivere con conoscenze e capacità acquisite in luoghi in cui tali discipline vengono ritenute utili, tentando di rivolgerle ad una comunità che, nella migliore delle ipotesi non le comprendeva, ma (e questa è stata la nostra prima vera fortuna!) le riteneva affascinanti ed “esotiche”.

Le prime difficoltà sono state di ordine linguistico, parlare e non essere capiti (in tutto questo non faccio cenno alle Istituzioni, solo perché coincidono con la società che le ha elette), la conseguenza ovvia è stata la fatica enorme di tentare di vendere “oggetti creativi” a individui che li “leggevano” esclusivamente come oggetti.
Ma dopo anni, per fortuna, le cose iniziano a cambiare!

Al momento di cosa vi occupate?
Dal 2004 abbiamo aperto il nostro studio/laboratorio di ceramica (L’Officina delle Invenzioni) e fondato un marchio (Arago Design) con cui ideiamo e produciamo oggetti di un nuovo artigianato popolare contemporaneo, da alcuni definito più semplicemente “design territoriale”.

In 12 anni di lavoro, un’insaziabile curiosità e un’ostinata determinazione, supportata dalla crescente consapevolezza che quello che facevamo, nonostante la fatica, era quello “per cui siamo nati”, abbiamo “messo al mondo” degli oggetti che indicano percorsi creativi possibili e si apprestano a diventare delle piccole icone della cultura contemporanea.
Il primo è stato la “neola in ceramica”, poi siamo passati per la costruzione della nuova mitologia della “Musa Ovina”, mentre l’ultimo è il SalvaPecunia (un salvadanaio, che considerata la derivazione del termine pecunia dal latino pecus/pecora, non poteva che avere la forma di uno dei più potenti simboli abruzzesi).

Attualmente stiamo vivendo una fase di cambiamenti molto stimolanti, la nostra storica presenza nel piccolo quartiere di Pescara vecchia, si è ormai consolidata, e l’incontro con i titolari di A-Cube (un incubatore di creatività) ha generato la nascita di SPAZIOARDE, in via delle Caserme 46/48, una fucina in cui le nostre energie, alimentate dal prezioso incontro, stanno spingendo le nostre idee ben più lontano di quanto fossimo riusciti.

Così oggi, ma speriamo sia solo l’inizio, la nuova ceramica abruzzese di Arago Design, si sta affacciando nei mercati internazionali del Belgio e del Giappone, e la sua capacità di essere compresa ed apprezzata è cresciuta parallelamente ad una “rieducazione” progressiva della nostra comunità all’attenzione verso le risorse latenti dell’ambiente e della cultura. Risorse a cui ci eravamo assuefatti, ma che raccontate da nuovi oggetti e quindi con nuovi linguaggi, sembrano riacquisire il legittimo valore da tutelare.

Qual è la cosa più bella dell’essere tornato a casa?
Avere la sensazione (e talvolta la certezza) di star facendo qualcosa di utile per preservare i luoghi delle nostre memorie piacevoli dalla disattenzione e dalla superficialità.

Savino

Sbic sulmona

Di dove sei originario?
Sono originario di Bagnaturo, estrema periferia dell’impero dei confetti, ma da vent’anni ormai vivo a Sulmona.

Dove vivevi / di cosa ti occupavi?
Sono stato sette anni a Roma per studio, ho vissuto sulla Tiburtina, tipica zona universitaria e poi negli ultimi anni a Centocelle – vero meltingpot di culture – del quale mi sono innamorato. Ho studiato Scienze Politiche alla triennale ed Economia Internazionale alla specialistica.

Quando e perché hai scelto di tornare a casa?
Ho scelto di tornare a casa durante la fine degli studi, è stato un momento particolare per me, come credo per chiunque. Dovevo trovare il mio posto nel mondo, ho provato ad immaginarlo e non riuscivo a vedermi fuori da questa Valle, non fosse che perché uno dei miei scopi principali nella vita è tentare di cambiare lo stato di cose presenti attraverso l’attività politica.

Sentivo l’estrema necessità di fare parte di una comunità politica e in questi periodi di confusione generale non è la cosa più facile del mondo.

Mi sono chiesto da dove ripartire? Non c’ho messo troppo a capire che era qui che dovevo ricostruire la mia comunità.

Sei pentito di questa scelta?
Non sono pentito, non ancora almeno. Tornare in Valle Peligna significa sacrificare molte cose, una su tutte è il lavoro e la possibilità di farsi una vita indipendente. Per quanto mi riguarda l’avevo messo in conto che non sarebbe stato facile, ma credevo che con un po’ di fortuna qualcosa avrei trovato, invece ancora nulla.

Il problema della società attuale è che il lavoro è ancora un aspetto imprescindibile della persona, attraverso il lavoro vieni legittimato e proiettato dalla società.

Per me questo è un discorso inesistente, non si viene al mondo per lavorare, si viene al mondo per inseguire le proprie passioni e i propri amori. Continuo pertanto a fare quello che mi piace e che faccio da una vita, nel tentativo di trovare un lavoro inutile che mi permetti di sopravvivere.

Qual è la difficoltà maggiore riscontrata da chi sceglie di tornare a casa?
La difficoltà più grande sicuramente quella del lavoro associata al fatto di essere tornato a vivere con mia madre dopo tanti anni di autonomia. È difficilissimo riuscire a crearsi una propria sfera autonoma.

Al momento di cosa ti occupi?
Al momento continuo la mia attività politica con il collettivo Altrementi Valle Peligna che ho contribuito a creare nel dicembre 2015, poco dopo essere tornato in Valle, con cui collaboriamo strettamente con i Comitati cittadini per l’ambiente per quanto riguarda la vertenza Centrale e Metanodotto Snam. Poi faccio parte anche di SBiC – Sulmona Bene in Comune, con il quale sono stato candidato per due volte alle elezioni comunali e l’ultima volta sono risultato il tredicesimo candidato più votato in città senza aver nessun marchettaro alle spalle ma solo la mia stupenda comunità politica.

Qual è la cosa più bella dell’essere tornato a casa?
È impagabile la qualità della vita. Sotto certi aspetti, soprattutto quello culturale, c’è ancora molto da fare, però per molti altri adoro stare qui. Ho le montagne a dieci minuti, i miei amici, le mie passioni a portata di mano e questo è quello che più mi fa stare bene.

Paolo

paolo d'amato
Di dove sei originario?
Sono nato a Popoli, dove ho vissuto i miei primi anni, per poi trasferirmi a Sulmona.

Dove vivevi / di cosa ti occupavi?
Dopo una parentesi di studi a L’Aquila mi sono trasferito a Roma, grazie al Servizio Civile che mi ha permesso di essere assegnato a un ente che potesse offrirmi vitto e alloggio. Dopo varie peripezie, finii al Don Orione ad occuparmi di ragazzi disabili, un’esperienza profonda che ha cambiato per sempre il mio modo di vedere le cose. Dovevo rimanerci sei, sette mesi e ci sono rimasto un anno.

Alla fine del 2004 cerco e trovo lavoro come cameraman freelance, lavorando progressivamente in tutti gli ambiti e in molti degli eventi più importanti, tra cui Olimpiadi di Londra, 32° America’s Cup, Festival del cinema di Venezia, Cannes, Roma, e programmi come Le Iene, Geo&Geo etc, viaggiando spessissimo in tutta Italia e in gran parte d’Europa, con qualche capatina perfino negli USA. Non sono riuscito a coronare tutti i miei sogni ma mi sono divertito da morire.

Quando e perché hai scelto di tornare a casa?
È stata una scelta dettata da varie ragioni, professionali e umane. Dal punto di vista professionale, per esempio, la mia crescita si era interrotta. Guadagnavo a sufficienza ma non imparavo più niente di nuovo, forse perché tutto il settore televisivo entrava allora in una profonda crisi sia di contenuti che di budget. Personalmente, poi, in Abruzzo c’era la possibilità di crearmi una famiglia e prepararmi un futuro forse meno eccitante ma ben più sereno. Perciò decisi di tornare e occuparmi del b&b di famiglia. Un anno dopo giravo il mio ultimo video e appendevo definitivamente la telecamera al chiodo. Anzi, mi è rimasto un microfono da vendere, qualcuno è interessato?

Sei pentito di questa scelta?
No. Ho smesso da tempo di analizzare le scelte del passato. Mi piace vivere nel presente, con un piede nell’immediato futuro, giusto per non fare cazzate. In Abruzzo ho recuperato il mio tempo libero e la possibilità di non dover programmare ogni cosa in base a quanto tempo perderò nel traffico o ad aspettare un autobus che poi magari non passa. Esco in bicicletta, incontro gli amici per un caffè, me ne vado in montagna. Tutto questo per me non ha prezzo, a meno che il caffè non lo offra io, naturalmente.

Qual è la difficoltà maggiore riscontrata da chi sceglie di tornare a casa?
L’autoreferenzialità di molte persone: ci piace raccontarci che siamo noi il centro del mondo, e che gli altri non hanno capito niente.

Al momento di cosa ti occupi?
Oltre al b&b, sono il papà di una bimba di quasi tre anni che occupa gran parte del mio tempo libero. Nei pochi minuti che avanzano, cerco di completare il mio primo romanzo. Dico primo perché indipendentemente dall’esito commerciale, in futuro vorrei scrivere con sempre maggiore continuità.

Qual è la cosa più bella dell’essere tornato a casa?
Non lo so, ma se mi guardo attorno sento che la risposta si nasconde nei silenzi delle montagne, lì dove l’uomo arriva meno, e se ci arriva lo fa con uno spirito completamente diverso.

Antonio Secondo

Vivo a Sulmona (AQ), dove sono nato e dove da qualche anno ho deciso di tornare a vivere. Mi occupo di web content e redazione di articoli, saggi e sceneggiature. Dall'autunno del 2013 sono inoltre editor di Gotico Abruzzese, un progetto nato con l'intento di raccontare un Abruzzo onirico e fuori dall'ordinario.