TERRE DI CONQUISTA | INTERVISTA A SILVIA FERRANTE

di Antonio Secondo.

Le questioni relative all’ambiente rappresentano da sempre le più accese fonti di contraddizione all’interno della regione Abruzzo. Se da un lato infatti l’attrattiva naturalistica e paesaggistica è tornata da diverso tempo a questa parte a guadagnarsi l’attenzione di operatori del settore, stampa nazionale e internazionale interessati al patrimonio storico, culturale e enogastronomico che da sempre contraddistingue questa regione, dall’altro lato la popolazione interna deve fare i conti con numerosi e costanti “attacchi al territorio” che dagli anni dello sviluppo economico continuano a protrarsi con il benemerito della politica locale di ogni colore.

All’Abruzzo “regione verde d’Europa” e a quello entrato nell’immaginario moderno come “il piccolo Tibet“, fatto di parchi naturali, aree protette e un importante patrimonio faunistico e di biodiversità sono andati ad associarsi negli anni i clamorosi scandali di carattere ambientale, come l’ormai tristemente nota discarica di Bussi sul Tirino, pesanti inchieste giornalistiche relative al riciclaggio di denaro e abusivismo edilizio e tutta una serie di proposte per la costruzione di opere da parte di grandi multinazionali interessate alla realizzazione di progetti di carattere energetico e produttivo in aree spesso incompatibili con questo tipo di iniziative. Un Abruzzo “terra di conquista” quindi, che agli yankee cercatori d’oro ha sostituito affaristi di ogni rango, interessati ai suoi ingovernabili paesaggi.

E’ il caso, ad esempio, della SNAM Rete Gas, che mira a realizzare in Valle Peligna una centrale di compressione del metano con relativo metanodotto per l’importazione e la distribuzione del gas verso il nord Europa, in un’area fortemente interessata da elevata sismicità del suolo nonché da un importante patrimonio storico – naturalistico da preservare. Il progetto sta da tempo suscitando l’indignazione di numerosi comitati, collettivi studenteschi e politici, rappresentanti di categoria, sindacati e cittadini che desiderano opporsi a quello che hanno definito “uno stupro del territorio”.

O quello di Ombrina, dove grazie all’opposizione di numerose realtà locali e nazionali è stato possibile finora, ma la guardia resta alta, scongiurare il pericolo di rischiose trivellazioni prossime alla splendida costa dei trabocchi, che comprometterebbero irrevocabilmente la ricettività del territorio.

Ma il caso che ultimamente continua a suscitare il maggior clamore resta quello della multinazionale romana Terna spa decisa a realizzare un elettrodotto sulla tratta Villanova – Gissi, e lo fa per via di una bega legale da 16.000.000 (si, proprio sedici milioni) di euro di risarcimento chiesti ad un’attivista del movimento nato per contestare l’opera.

La protesta di cui l’attivista Silvia Ferrante è oggi divenuta un simbolo imperversa nei 16 comuni interessati dal progetto: un’area di circa 70 km a cavallo tra la provincia di Pescara e Chieti, i cui abitanti, tra cui la stessa Silvia, si dicono preoccupati per i possibili danni causati dal passaggio dei tralicci dell’alta tensione a poca distanza dalle abitazioni, con conseguente esposizione massiccia all’elettrosmog da questi generato (causa, secondo molti, di tumori e leucemie infantili), nonché per la preservazione dell’incontaminato paesaggio, prossimo al Parco Nazionale della Majella. Dalla richiesta di risarcimento per “opposizione violenta e interruzione di pubblico servizio” da parte dell’azienda l’attenzione si è concentrata su questo caso e la macchina mediatica messa in moto dal polverone generato ha reso celebre Silvia, e di conseguenza l’intera faccenda.

Noi l’abbiamo contattata per farci spiegare com’è andata e scoprire qualcosa in più su questa vicenda, e questo è ciò che ci ha raccontato.


Ciao Silvia, da diverso tempo leggiamo articoli e interviste che parlano della vicenda che ti ha colpito. Potresti invece in questo inizio di intervista parlarci un po’ di te?

Sono nata nel 1978 a Casoli, in provincia di Chieti. La mia famiglia è di origine contadina e abruzzese da sempre. Sono cresciuta con i contadini e con quello stile di vita che hanno i contadini, legata ai tempi, ai ritmi, alla costanza e al lavoro della terra, e legata a quel concetto di armonia con la natura che prevede che certe cose non vadano toccate, usate sì, ma con parsimonia e rispetto, senza troppi sprechi, impiegando e riutilizzando ciò che si ha a disposizione. Ho studiato, grazie alla costanza e ai sacrifici dei miei genitori, mi sono laureata in psicologia ad Urbino e ho svolto il tirocinio a Roma. Nella capitale ho trovato anche lavoro, ci sono restata per circa 8 anni e lì ho conosciuto il mio compagno, Luca, con il quale nel 2009 abbiamo cominciato a pensare di tornare in Abruzzo, con l’idea di realizzare un qualche progetto che potesse tenere insieme sociale, agricoltura e turismo. Essendo stata fuori dall’Abruzzo per circa 15 anni, alcune cose me le sono perse, e pur sapendo che negli ultimi anni il cosiddetto progresso avesse colonizzato e anche devastato per lungo e per largo la Regione, sono sempre rimasta legata all’idea dell’Abruzzo Regione Verde d’Europa, con le sue montagne, il suo mare, le sue campagne e colline, insomma il posto ideale per provare a costruire qualcosa che potesse tenere insieme le radici contadine, gli studi fatti, e un ambiente sano, l’autoproduzione di cibo, e perché no, un aspetto economico che consentisse di vivere attraverso un turismo consapevole e sostenibile che valorizzi le bellezze e le risorse che abbiamo intorno. Da sempre nella mia famiglia, per quanto possibile si è autoprodotto quello che serviva. Ortaggi, verdure, frutta, uova, formaggio, con il fuoco si è cucinato e scaldato casa, e con la cenere oltre a proteggere le piante dai parassiti e fertilizzare il terreno, si è prodotto “liscivia” per lavare i panni. Tutti in famiglia sapevano fare qualche tipo di lavoro manuale, mio padre è fabbro, ma sa lavorare anche il legno, aggiustare ciò che si rompe, insomma il classico tuttofare! Mia mamma ottima cuoca e ortolana, ma anche artista: decorazioni, disegni e giochi fatti a mano, con ciò che c’era a casa. Bene o male tutti/e sapevano fare un po’ di tutto. E’ chiaro che stiamo parlando di autoproduzione non industriale, ma per il fabbisogno di una famiglia. Però la cosa che più ho apprezzato di queste mie radici contadine è proprio questo essere in grado di valorizzare ciò che si ha a disposizione, per renderlo col minimo impatto necessario utile.

Foto di Giorgio Taraschi

Silvia in compagnia di Luca e Libero, la sua famiglia, nel terreno adiacente la loro abitazione e interessato dal passaggio dell’elettrodotto Terna. Foto di Giorgio Taraschi

Molte persone in questo Paese sono ancora legate al concetto che protestare contro i cosidetti “ecomostri” equivalga a votare contro il progresso. Spesso chi manifesta il proprio dissenso verso queste opere viene definito “cavernicolo” o “primitivista”. Tu ti rispecchi in queste definizioni?
Assolutamente non mi riconosco in queste definizioni. Credo sia necessario affrontare il concetto di progresso. Cos’è il progresso? A cosa deve tendere? Come deve avvenire? Il progresso non significa passare su tutto e tutti in nome di se stesso. Il progresso dovrebbe essere un percorso che riguarda tutti, che si basa sulla conoscenza reale delle cose e sul rispetto di ciò che c’è intorno e delle persone che dovrebbero potersi emancipare ulteriormente, arricchirsi culturalmente e migliorare le proprie condizioni di vita. Soprattutto il progresso non dovrebbe ledere ciò che ci permette di vivere, e quindi l’ambiente circostante, in tutte le sue forme. Spesso nei 5 anni in cui mi sono dedicata a capire cosa stesse accadendo nel nostro territorio in merito alla questione Elettrodotto Villanova-Gissi, mi sono sentita dire: “Volete l’aria condizionata? Il telefono lo usi? Il computer ce l’hai? Se vogliamo tutto questo allora dobbiamo fare dei sacrifici!”. Io credo che la questione non sia essere contro il progresso e in questo caso l’energia; credo solo che prima di realizzare un’opera bisogna considerare un sacco di cose, ma non in un ufficio e con una mappa davanti. Bisogna parlare, confrontarsi con tutti coloro che sono coinvolti in simili progetti. Ma non ad opera iniziata o ultimata. Bisogna ragionare preventivamente, ragionare in ottica del futuro, di ciò che può accadere a chi dopo di noi vivrà in quei luoghi. Siamo talmente tanto abituati a delegare che non ci interessiamo più a quello che accade. I piccoli comuni sono stati penalizzati e resi semplici esecutori di uno stato lontano dalle realtà dei territori, le scelte si fanno in nome del profitto e non nel nome del benessere.

Foto di Valentina Lanci

Immagine esplicativa dell’effettiva distanza tra l’abitazione in questione e il più vicino traliccio dell’elettrodotto Villanova – Gissi. Foto di Valentina Lanci.

Quando hai appreso la notizia della richiesta di risarcimento da parte di Terna cosa hai pensato?
La prima cosa che ho pensato è stata “Non è possibile! E mo basta!” perché viviamo in una società che non si accontenta, che vuole sempre di più, purtroppo solo nel consumare beni, e non nella qualità della vita. L’Abruzzo è sotto attacco continuo, tra petrolizzazione, gasdotti, stoccaggi gas, inceneritori e simili, grandi elettrodotti. Ci sono progetti su progetti, che sebbene spezzettati e apparentemente diversi rientrano tutti in un unico programma, che vuole realizzare un hub energetico e un distretto minerario nell’intera Regione. Regione che invece ha sempre puntato sullo sviluppo sostenibile e sulla valorizzazione delle ricchezze naturali. Ho pensato che non poteva essere possibile, eravamo tornati in Abruzzo per avere una vita sicuramente più sana della grande città di Roma, più vivibile, dove fare i contadini, dove nostro figlio, sebbene in una zona industrializzata, potesse vivere insieme alla terra, e ora doveva farlo sotto i cavi di un elettrodotto ad altissima tensione, che OMS e IARC sostengono essere motivi di aumento delle possibilità di insorgenza di tumori infantili…. Non ci potevo credere. E la prima cosa che ci siamo sentiti di fare è stato capire di cosa stavamo parlando e come poter far capire che accanto a quella grande opera c’erano abitazioni, persone, vite , un territorio che ne avrebbero subito le conseguenze per sempre. Abbiamo iniziato a partecipare ad incontri pubblici organizzati da comitati e da poche amministrazioni della zona, ad avere accesso agli atti, a capire come si potessero fare osservazioni e a cercare di far sapere anche agli altri quanto stesse accadendo. Abbiamo partecipato a sit-in, a tavoli tecnici, abbiamo studiato, ricevendo spesso la risposta che non si poteva fare nulla, per poi scoprire che non era vero, che invece se ci fosse stata la volontà qualcosa si sarebbe potuta fare, ci siamo sentiti dire che avrebbero fatto tutto quanto in loro potere per fermare questo scempio… ma erano solo parole, e a distanza di tutto questo tempo l’opera è quasi conclusa.

Foto di Valentina Lanci 2

Silvia Ferrante in uno scatto di Valentina Lanci.

Tra i fatti che ti vengono contestati c’è quello di esserti opposta “violentemente” all’esproprio dei terreni da parte dei dipendenti Terna. Cos’è accaduto in quell’occasione?
In quelle occasioni è accaduto che come tanti altri cittadini, come i giornalisti e in diverse occasioni come gli amministratori dei paesi interessati, ero presente ai momenti della cosiddetta “immissione in possesso” per testimoniare quanto accadesse, con una funzione totalmente marginale rispetto alla procedura di immissione. In tali occasioni c’erano sempre le forze dell’ordine che possono testimoniare quanto avvenuto.


Lanciano, servizio Tgmax 8 luglio 2015. Tensione tra cittadini e tecnici del gruppo Terna spa.


In questo periodo hai ricevuto il sostegno e la solidarietà di molte persone e sei diventata per forza di cose il simbolo di questa protesta. Questo come ti fa sentire?
In un certo senso mi fa sentire bene, perché so di non essere sola. Dall’altro mi sento un po’ rammaricata del fatto che prima di questa vicenda non ci sia stata la giusta considerazione di quanto stesse avvenendo.

Se potessi interloquire direttamente con la signora Catia Bastioli, presidente della compagnia, cosa ti piacerebbe dirle?
Mi piacerebbe dirle che mi ha molto stupito venire a conoscenza che oltre ad essere la Presidentessa della Compagnia è anche rappresentante di diverse altre cose, tra le quali il Kyoto Club e una banca. Mi piacerebbe sapere dalla signora Carla Bastioli come vede l’energia l’elettrica, in riferimento alle questioni relative, per esempio, alla riduzione dei cambiamenti climatici. Mi spiego meglio: a me sembra che l’energia elettrica stia diventando il nuovo petrolio. Per fortuna, si comincia a tendere all’eliminazione delle fonti fossili, e lo testimonia anche l’ultima conferenza sul clima di Parigi. Però se abbandoneremo il petrolio dovremo utilizzare altre fonti energetiche. Mi chiedo se sostituire semplicemente una fonte energetica ad un’altra, senza minimamente rivedere il nostro stile di vita e di consumo non rischi di creare una nuova deriva energetica, non più petrolifera, ma elettrica. Se dovessimo far diventare tutte le macchine che oggi esistono ad alimentazione elettrica, si porrà certamente una questione relativa all’alimentazione di tutte queste macchine, e allora da dove giungerà tutta quest’energia elettrica? Dovremo sostituire tutto il nostro territorio con parchi fotovoltaici e eolici, rinunciando alla possibilità di coltivare magari il cibo che alimenta le persone invece che le macchine? Lo stesso per attrezzature quali i condizionatori d’aria, alimentati ad elettricità: se dovessimo arrivare ad avere tutti i condizionatori, credo il discorso posto alla conferenza sul clima vada perso, magari non ci saranno più emissioni da fonti fossili, ma ci sarà un continuo contrasto tra la temperatura esterna e quella interna nelle case, nelle macchine e in tutto quanto condizionabile…. Una deriva energetica che al pari delle fonti fossili potrebbe determinare effetti devastanti sulla salute, sul clima e sui territori.

Pagina de IlCentro - Quotidiano d'Abruzzo

Pagina de IlCentro – Quotidiano d’Abruzzo

Metanodotti in Valle Peligna, trivelle al largo di Ortona, poli chimici in Val Pescara, elettrodotti nel chietino: questa regione sembra subire da diversi anni a questa parte un vero e proprio attacco da parte di numerose corporazioni, spesso coadiuvate da una politica lassista che predilige il guadagno immediato alla preservazione del proprio futuro. Perché, a tuo avviso, nonostante gli interessi comuni da parte dei comitati pro ambiente, che nei loro rispettivi territori si stanno opponendo alla realizzazione di queste opere, in Abruzzo non si è mai riusciti a costituire una massa critica in grado di operare assieme per un obiettivo comune?
Penso che la prima difficoltà sia proprio il fatto che la politica sia lassista e che prediliga il guadagno immediato rispetto alla preservazione del futuro. I comitati proambiente sono composti in gran parte da cittadini semplici che si vedono calate dall’alto queste opere senza mai essere consultati e informati in modo adeguato e resi partecipi delle decisioni. Inoltre da semplici cittadini, oberati dalle incombenze della vita quotidiana è difficile diventare “forti” e in grado di incidere immediatamente nelle scelte politiche. Se pensiamo alle lotte fatte nel passato anche in Abruzzo, si nota proprio questa differenza. Pensiamo alla lotta alla Sangro Chimica, polo petrolchimico che doveva sorgere alla foce del fiume Sangro, nel territorio di Fossacesia (CH). Lì c’erano i partiti che informavano e veicolavano concetti importanti quali la democrazia partecipativa e la programmazione democratica. C’era una struttura con un’idea chiara di mondo e sviluppo, che oggi purtroppo non si riscontra più nei partiti o quel che ne rimane. Altra difficoltà secondo me si può riscontrare nell’eccessiva burocratizzazione che veicola ogni decisione. Iniziare a studiare e capire cos’è e su cosa si basa una VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) o una VAS (Valutazione Ambientale Strategica) non è semplice, richiede tempo e impegno. Altra difficoltà sta secondo me nell’ampiezza dei territori interessati e nella difficoltà di mettersi in rete, dovuta nuovamente ai ritmi di vita e agli impegni che ognuno ha quotidianamente per poter sopravviver e alla difficoltà di trovare spazi che consentano il confronto costante. Anche se molto si sta facendo. Poi c’è un altro aspetto legato alle tematiche affrontate: l’energia ha varie sfaccettature, ed è un argomento complesso. Inoltre ci viviamo tutti il paradosso di sopravvivere utilizzando ciò che critichiamo. Anche se in realtà non si criticano le energie in sé, ma la modalità con cui vengono pensate, prodotte, distribuite e usate. Ci sono questioni che interessano in diverso modo i vari territori e che ad un primo approccio sembrano distanti uno dall’altro. La segmentazione è un tratto ricorrente della nostra società: tutto è spezzettato, come se casa, lavoro, cultura, istruzione e ambiente fossero aspetti indipendenti e separati. Si è abbandonata la percezione della vita come un tutt’uno composto da più cose. E questo si ripercuote inevitabilmente anche su tutti gli aspetti della vita. E’ assurdo scoprire che all’interno delle amministrazioni spesso e volentieri due assessorati o due dipartimenti non comunicano tra di loro, non sanno cosa fa l’altro anche se toccano gli stessi argomenti. E’ disarmante. Ci sono poi anche gli aspetti dei contenuti. Spesso anche i comitati si vivono situazioni in cui emergono pensieri contrastanti. Tornando ai comitati, di tentativi ce ne sono, si prova costantemente e in vario modo di unire le varie vertenze. Non solo a livello territoriale cercando situazioni simili in diversi territori (nel caso dell’elettrodotto Villanova –Gissi si è creato un coordinamento nazionale no elettrodotti inutili, che coinvolge 8 regioni italiane che si vivono gli stessi problemi) ma anche rispetto a diverse questioni (come nel caso abruzzese, in cui diversi comitati che sono presenti nella questione elettrodotto sono attivi anche per quanto riguarda la questione gasdotti, petrolizzazione ed inceneritori).


Messaggio di solidarietà a Silvia Ferrante dall’attivista Pablo Fajardo, difensore dei diritti delle comunità indigene dell’Amazzonia contro i disastri ambientali e i crimini contro l’umanità della Chevron Texaco.


Tuo figlio è molto piccolo, come sta vivendo tutto il polverone generato dalla vicenda che ti ha colpito?
Libero è piccolo, e tante cose le vive non comprendendole fino in fondo. Lo abbiamo sempre coinvolto: aveva pochi mesi, lo allattavo ancora al seno, quando tutti e tre abbiamo partecipato al primo incontro pubblico di cui siamo venuti a conoscenza, a Lanciano. Credo che col latte abbia assunto anche qualcosa della partecipazione. E’ venuto anche ad altri incontri pubblici, a sit-in e anche a qualche immissione in possesso. Ricordo ancora quando l’anno scorso, a novembre gli avevo raccontato che ero stata alla prima opposizione ad Atessa. Gli avevo raccontato che c’erano dei trattori e un giorno uscendo da scuola mi chiese: “mamma mi fai vedere dove stavano i trattori?” e così ci siamo fatti un giro lungo quella che sarebbe stata la futura linea dell’elettrodotto. Ogni mattina da quando abbiamo visto la recinzione sul terreno accanto a casa, Libero si affaccia alla finestra per vedere se lavorano o meno. Come se la vive? Credo che comprenda l’impegno e la preoccupazione che questo elettrodotto ci desta. Ricordo quando mi chiese “Ma gli elettrodotti sono cattivi?” e lì provai a spiegargli che gli elettrodotti non sono cattivi, ma quando sono così grandi possono far male, e che quelli utili sono quelli piccoli che portano davvero l’energia nelle case, per fare tutte le cose che facciamo. E da lì ogni volta che incontriamo un traliccio Libero misura con le dita se è piccolo o è grande. Quando abbiamo da fare per la questione elettrodotto ne risente, come ogni bambino vuole tempo dedicato a sé. Ma comprende. E ci fa capire quando è il momento di fare altro e di pensare a stare bene insieme.

In quali modi, a tuo avviso, l’Abruzzo potrebbe rilanciare la propria economia senza svendere i propri territori e la propria identità?
Anche qui la questione è complessa. L’economia è composta di tanti fattori, ci sono le industrie, ci sono le famiglie, c’è il turismo, l’agricoltura, il terzo settore, e tanto altro. Io credo che dovremmo un attimo fermarci e riflettere. Di cosa dispone il nostro territorio? Di cosa ha bisogno il nostro territorio? Ora, ci sono modi e modi di fare economia. Ci sono modi sostenibili e modi non sostenibili. Pensando all’energia elettrica, che è necessaria, penso che si debba rivedere come produrre l’energia. Negli ultimi anni abbiamo visto sorgere sulle nostre campagne, colline e montagne, distese di pale eoliche e pannelli fotovoltaici. Quasi tutti installati da privati, che hanno ricevuto anche incentivi. Cioè grandi concentrazioni di poli produttivi che per poter essere utilizzati giustificano le nuove costruzioni di impianti di trasporto. Ora se ci fosse una strategia energetica organica e sostenibile si potrebbe pensare per esempio all’autoproduzione in loco: dove c’è bisogno di energia? Chi ne ha davvero bisogno? Le industrie? E allora il fotovoltaico se lo potrebbero mettere sui tetti e autoprodursi l’energia necessaria. Ma questo vale per tutti i settori. Per esempio il turismo, si parla anche a livello europeo della necessità di evitare il consumo di suolo. Le case e le strutture vuote esistono ovunque, si potrebbe incentivare l’albergo diffuso invece che costruire nuovi resort o strutture ricettive: la ristrutturazione fa comunque girare l’economia. Altra cosa: cosa ricerca il turista? Un ambiente sano o un ambiente inquinato? Si potrebbe investire nella manutenzione e nella cura di quello che già esiste. La pesca: ci sono vari metodi di pesca, alcuni sostenibili, che possono essere fatti prevedendo una rotazione per far in modo che le specie si ripopolino. E c’è una cosa da abbattere probabilmente, l’idea che per funzionare l’economia debba essere fatta in grande. Credo che l’economia debba essere diffusa e non monopolizzata nelle mani di pochi grandi che hanno tanti soldi. Le economie locali per me sono il futuro sostenibile che garantisce la vita di chi quei territori li vive, con meno impatto sui territori e che magari possono far riscoprire il buono di alcune tradizioni che stanno diventando da museo, e che invece potrebbero garantire la sostenibilità dell’economia locale. E’ chiaro che per far ciò c’è bisogno di una scelta politica in grado di rivedere le leggi.


In una recente intervista hai dichiarato di non voler perdere la vista della Majella che conservi dalla casa in cui vivi, e che verrebbe naturalmente e irrimediabilmente compromessa nel caso il progetto di Terna venga ultimato. In quel caso cosa faresti? Perché questa montagna è così importante per te?
Credo che la Majella sia un qualcosa di atavico della nostra terra. La montagna che si vede anche dal mare, che domina sulle valli sottostanti, portando loro l’acqua, proteggendole. E’ una delle bellezze della nostra terra, il parco della Majella è uno dei più belli, ospita forme di vita eccezionali. E’ anche un ponte con tutti i paesi che stanno a monte della nostra valle. Il pilone 104 e il pilone 105 dell’elettrodotto Villanova – Gissi, ubicati nel territorio di Paglieta, uno dei quali è quello a ridosso di casa mia, sono sottoposti a vincolo paesaggistico, e a luglio il Comune di Paglieta ha sospeso i lavori per la loro realizzazione poiché i due piloni sono stati iniziati in un luogo diverso da quello autorizzato, senza avere le necessarie autorizzazioni per tali spostamenti. Se ne sono accorti quando è arrivata una relazione di Terna spa indirizzata al solo comune di Paglieta e alla sovrintendenza al paesaggio, chiedendo una sorta di condono, cioè hanno chiesto l’autorizzazione circa 7 mesi dopo aver realizzato la base. Se c’è un vincolo paesaggistico vuol dire che il paesaggio è importante, è tutelato anche dalla costituzione italiana. Tornando alla questione economica, se una cittadina volesse investire sulla tutela del paesaggio, costruire una tale opera in una zona con vincolo paesaggistico precluderebbe la possibilità di sviluppare un percorso di sviluppo nel senso della valorizzazione del paesaggio. Dunque per me, togliermi la possibilità di vedere la Majella vuol dire molto di più, vuol dire privare un territorio che ha una tale ricchezza dell’obbligo di preservarla e valorizzarla!

In questo momento cos’è che desideri più di ogni altra cosa?
In questo momento desidererei vivere in serenità, con la certezza che mio figlio e tutti i figli del mondo possano crescere sani, in paesi che offrano loro una speranza di vita in armonia con ciò che hanno intorno. Vorrei che mio figlio non dovesse per forza di cose abituarsi a vivere con l’idea di stare sotto un traliccio che possa un giorno far insorgere un tumore. Se penso ai bambini che vivono nella Terra dei Fuochi, a quelli che sono morti in tenera età per i tumori generati da chi ha fatto dell’interramento abusivo dei rifiuti una fonte di profitto, mi viene da piangere e pensare che mio figlio o qualsiasi altro bambino debba crescere in un luogo in cui è stata realizzata un’opera che in qualche modo mette a rischio la loro vita diventa un pensiero insopportabile. Le vicende sono molto diverse, ma viviamo in Italia, che è un paese che vive tutti i giorni problematiche relative all’ambiente. I fiumi sono stati inquinati, le falde sono state inquinate, i terreni sono stati inquinati da fertilizzanti e diserbanti, le industrie spargono quotidianamente fumi nocivi, i cibi che mangiamo non sempre sono sani, i rifiuti li produciamo tutti e la politica pensa di risolvere il problema realizzando inceneritori; l’economia è basata prettamente sul consumo di beni materiali che a loro volta producono rifiuti e inquinamento. Dunque ci rimane solo da morire? Ecco questa è la cosa che desidero di più oggi: che questa devastazione e saccheggio dei territori finisca dando la possibilità a tutte/i noi di vivere e non di sopravvivere.
 
Approfondimenti:

www.noelettrodottovillanovagissi.itPagina Facebook
www.sulmonambiente.com
Documentario Elettrodotto Villanova – Gissi
They took our land (report fotografico di Giorgio Taraschi)

Antonio Secondo

About Antonio Secondo

Vivo a Sulmona (AQ), dove sono nato e dove da qualche anno ho deciso di tornare a vivere. Mi occupo di web content e redazione di articoli, saggi e sceneggiature. Dall'autunno del 2013 sono inoltre editor di Gotico Abruzzese, un progetto nato con l'intento di raccontare un Abruzzo onirico e fuori dall'ordinario.

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