“L’Italia vista dal cielo” è una serie di 14 mini documentari realizzati dal regista e scrittore italiano Folco Quilici a ridosso degli anni ’60 e ’70. In ognuno di essi viene mostrata una regione del Bel Paese e raccontate le sue peculiarità, gli usi e i costumi che la contraddistinguono e i suoi paesaggi, sia visivamente che mediante l’impiego di una di quelle calde voci narranti delle TV che furono. Non è un caso che Quilici abbia voluto aprire il quarto documentario, dedicato all’Abruzzo e al Molise, con le riprese della manifestazione del Venerdì Santo nella città di Sulmona.

venerdì santo sulmona

La processione del Venerdì Santo sulmonese ne “L’Italia vista dal cielo”, del regista Folco Quilici (1970)

Assieme a quella degli “incappucciati” di Chieti e Lanciano e a quella delle donne di Ortona la processione del Venerdì Santo sulmonese è infatti riconosciuta tra le più suggestive del suo genere nella nostra regione da chi negli anni abbia avuto modo di parteciparvi. A differenza però di quelle teatine la manifestazione sulmonese è strettamente legata a quella della domenica di Pasqua, che raggiunge il suo apice con la corsa della Madonna di Loreto nella piazza principale della città.

Incappucciati di Lanciano

Gli Incappucciati di Lanciano (© Federica Nico)

Le due confraternite che si occupano dell’organizzazione della Settimana Santa sono però segnate da un passato che ancora oggi riecheggia nel mistero del loro operato. Non è infatti facile accedere ad informazioni che riguardino il loro lavoro, come la preparazione ai vari riti e soprattutto la vestizione della statua della Madonna di Loreto, che nella domenica di Pasqua tiene i sulmontini col fiato sospeso durante la sua tradizionale corsa. Nel reperire nozioni mi sono difatti trovato davanti ad un permaloso muro di omertà da parte degli addetti ai lavori, cosa che mi ha lasciato alquanto incuriosito e anche un po’ perplesso. Sapevo per esperienza della diffidenza delle due confraternite verso l’esterno, ma ascoltare l’anziana signora che da oltre 20 anni si occupa della vestizione della statua della Vergine asserire che “ci sono domande a cui non posso rispondere” (tra cui, non chiedetemi perché, “la statua porta le scarpe?”) è quantomai ambiguo. Così nel reperire informazioni sono lasciato sprofondare in quel mondo tutto mio dove mi piace esagerare e sentirmi un po’ il protagonista di un film, e quasi mi ci vedevo come Vincent Cassel ne I fiumi di porpora ad indagare sulle misteriose gesta di frati incappucciati e pluriomicidi.

Chissà che dopo l’uscita di questo pezzo non rinvengano anche me incaprettato in un fosso, con le mani tagliate e un’incisione latina sullo sterno.

pasqua sulmona

Sulmona; la Madonna che scappa in piazza in uno scatto degli anni ’50

La signora Maria, così si chiama l’anziana signora di cui sopra, è stata difatti categorica: “alcune cose è bene non dirle. Neanche il signor CocaCola svela il segreto della sua ricetta”.

E qui non fa una piega.

Da quando era bambina assisteva i suoi genitori, confratelli della congrega di Santa Maria di Loreto, alla preparazione della statua e ad altre piccole funzioni ad essa correlate, per poi ereditare il compito una volta divenuta adulta. La cerimonia è scandita da solenni rituali. Ci racconta, per esempio, che durante la vestizione, il giovedì antecedente la domenica di Pasqua, deve necessariamente far uscire tutti dalla stanza, rimanendo da sola con la statua settecentesca della Vergine. Qui, preparato il vestito verde ricamato in oro delle grandi occasioni, si prodiga e controlla tutto con certosina pazienza. Il rito della Madonna è difatti molto sentito dalla comunità e la pressione nell’organizzare il tutto è tale che più di una volta portatori o addetti ai lavori si sono trovati nella posizione di rinunciare al proprio ruolo per paura di sbagliare. Nel mostrarci un vecchio album di fotografie nel quale sono contenute immagini del giorno della festa da oltre 30 anni a questa parte la signora Maria sa indicare ancora oggi il malcapitato portatore che durante una corsa avvenuta negli anni ’80 disgraziatamente inciampò, lasciando quasi cadere la statua. Quasi fosse un’onta che potrebbe perseguitarti per sempre, lasciandoti additare dalla comunità come “quello che ha fatto cascare la Madonna”.

Tutto ha inizio il Lunedì Santo, giorno in cui vengono sorteggiati i portatori, con grande ansia da parte di tutti gli interessati. Una volta scelta la quadriglia, cioè la formazione dei quattro portatori, vengono stabilite le altre figure di supporto alla corsa. Nei giorni successivi alcuni processioni minori scandiscono la preparazione alla domenica di Pasqua fino ad arrivare al momento più insigne, in cui la statua viene accompagnata, corredata dal vestito a lutto, nella centralissima chiesa di San Filippo Neri a Sulmona. Qui le verrà applicato il “trucco”, ossia il sistema che permetterà al vestito nero di cadere nel momento in cui inizierà la corsa e alle 12 colombe bianche nascoste sotto di esso di spiccare il volo. In quello stesso momento, sotto il grido propiziatorio di “appùzze!” scandito da chi opera il trucco, il fazzoletto nella mano della Vergine scomparirà, lasciando il posto ad una rosa scarlatta.
         Di antica derivazione pagana, questa cerimonia altro non è che la celebrazione della rinascita primaverile, della vita che ritorna, dell’uggioso e luttuoso nero invernale che scompare, lasciando il posto alla buona stagione. Il rito quindi si concluderà con la corsa della Madonna verso il suo figlio appena risorto, in un tripudio di applausi e fuochi d’artificio.

madonna che scappa in piazza

Il volo delle colombe

Diverse sono le credenze associate ai buoni ed ai cattivi auspici derivanti dalla corsa. Oltre all’accidentale caduta della statua, di cui ho scoperto essere stata creata una sorta di storiografia a partire dai primi del ‘900 e che in passato pare abbia annunciato eventi nefasti quali scoppio di guerre o terremoti, esiste una particolare lettura legata al volo delle colombe. Se gli uccelli, una volta liberati, non dovessero spiccare il volo in una certa maniera, o il manto nero non cadere correttamente, sarebbe sintomo di un segnale paradossalmente ancora più negativo della caduta in sé.

confraternita della trinità

Sulmona, Venerdì Santo. Arciconfraternita della Santissima Trinità

Di tutt’altra indole rispetto a quella dei Lauretani è invece la manifestazione organizzata dai loro colleghi dell’Arciconfraternita della Santissima Trinità.
Tra le più antiche d’Abruzzo (si stima la sua fondazione attorno al XV secolo d.C.) quella dei Trinitari rappresenta senza dubbio l’aspetto più affascinante della Settimana Santa. Loro è il compito infatti di inscenare il funerale di Cristo in occasione della ricorrenza della sua morte. In questa occasione la statua del Cristo morto viene portata a spalla lungo il corso principale della città, seguita da quella della Madonna dei sette dolori, con il cuore cioè trafitto da sette pugnali. La lugubre manifestazione ha luogo la sera del Venerdì Santo in una città silente ed attenta, che segue ogni passo dello “struscio” con particolare commozione. Apre la manifestazione il portatore del Tronco, un’alta croce rivestita di velluto rosso e decorata in argento cui fanno seguito i portatori di lampioni e quelli delle statue, adornati di un saio rosso e del medaglione con il simbolo dell’Arciconfraternita. La banda suona uno splendido miserere che tutti i portatori intonano con voce greve e profonda.

 L’andatura cadenzata e lo strusciare delle suole sul pavimento di sampietrini scandiscono una marcia lenta, quasi ipnotica, resa tale anche dalla fioca luce dei lampioni.

Anche qui miti e leggende si sprecano, come quella che vuole realizzati a mano i crisantemi in carta che decorano i lampioni, da un’anziana signora che non desidera condividere il suo sapere. O come la storia di una nobile baronessa, consorella della confraternita, che graziata dopo una caduta dal balcone di casa mentre assisteva alla processione si convinse di essere stata miracolata. Per questo da quel giorno decise di accompagnare lei stessa il corteo, contrapponendosi tra l’Addolorata e il suo figlio defunto, vestita a lutto con un maestoso abito novecentesco.

processione venerdì santo

La Madonna dei sette dolori durante la processione del Venerdì Santo

Proprio come i Lauretani, anche i Trinitari si sono rivelati piuttosto restii a fornire informazioni circa il loro operato, declinandomi goffamente durante un breve colloquio telefonico. La cosa potrebbe trovare spiegazione nell’antica rivalità che contrappone le due congreghe. Se l’Arciconfraternita dei Trinitari era in passato contraddistinta da adepti di sangue blu, essendo stata rilevata dai Gesuiti che selezionarono i suoi membri tra le file delle più fiere ed aristocratiche famiglie nobili cittadine, padrone di chiese e cappelle private, quella dei Lauretani era invece rappresentata da borgatari che all’epoca della sua fondazione non risiedevano neanche nella circospezione delle mura dell’urbe. La spiccata differenza di classi sociali e i continui tentativi di prevaricazione portarono negli anni una serie di diatribe, anche molto accese, tanto che dovettero essere sedate all’inizio del novecento con un invito all’ordine da parte di un Vescovo locale, che ne lamentava la sempre più efferata sregolatezza. Uso comune difatti per entrambe le fazioni era di non sfociare durante le proprie manifestazioni nel territorio dell’altra. Per questo ancora oggi, a pace siglata, durante le varie processioni della Settimana Santa è uso “invadere” la zona della confraternita rivale e scambiare simbolicamente le statue con un breve passamano in segno di pace, usanza questa imposta delle autorità ecclesiastiche.

i fiumi di porpora

“I fiumi di porpora”, M. Kassiovitz (2000)

Se oggi le confraternite sono perlopiù composte da membri che hanno ereditato l’appartenenza ad essa mediante i propri familiari, ieri essere parte di una confraternita rappresentava un vero e proprio status quo. Si pensi per esempio all’ostentazione di potere dei borghesi Trinitari, nobili che tentavano di arrogarsi il diritto al culto vantando il possedimento di luoghi ad esso adibito alla stregua di chi si senta indebitamente padrone di “possedere Dio”. Oppure al fatto che fino a qualche anno fa erano gli stessi membri a pagare un tributo per avere l’onore di portare le statue o anche solo i lampioni cerimoniali. Eppure in quella fumosa Sulmona ottocentesca, con i muri dei palazzi anneriti dalle lampade a petrolio, briganti nascosti nelle zone boschive, lupari e delitti d’onore ci vedo bene anche la storia di due occulte confraternite vestite di verde e di porpora, che all’ombra di vicoli e chiese fredde e buie discutono di congiure e altri orribili misfatti.

Noi siamo i padroni, noi siamo gli schiavi, siamo dovunque e in nessun luogo. Siamo gli architetti de I fiumi di porpora

Aristocrazia, borgate, miracolati, segreti; sarò anche romantico ma i connotati per una bella storia dai contorni thriller ci sono tutti. E se domani mi sveglio senza mani Vincent Cassel saprà chi andare a cercare.

Tutte le fotografie delle confraternite sono prese dal sito ufficiale delle stesse.

Antonio Secondo

Vivo a Sulmona (AQ), dove sono nato e dove da qualche anno ho deciso di tornare a vivere. Mi occupo di web content e redazione di articoli, saggi e sceneggiature. Dall'autunno del 2013 sono inoltre editor di Gotico Abruzzese, un progetto nato con l'intento di raccontare un Abruzzo onirico e fuori dall'ordinario.