Ho visto il trailer di “Monete”, il nuovo film del regista aquilano Emiliano Dante attualmente alle prese con un crowdfounding per supportare i costi di produzione.

Mi è piaciuto e ho voluto chiedergli di più su questa nuova opera che in qualche modo prosegue la “trilogia del terremoto” iniziata con “Into The Blue” per terminare con “Appennino”.


Dei primi lavori di Emiliano Dante ho apprezzato la poetica sottile e mai banale. Quel desiderio di narrare al di là delle immagini e delle parole, in una forma che fosse sua e allo stesso tempo universale. Una dialettica rivelatasi efficace a fronte dei numerosi premi conseguiti da “Appennino”, tanto in Italia quanto nel resto del mondo.

Sapere della prossima uscita del suo nuovo lavoro, “Monete”, un “thriller con aspetti metafisici”, è stata senza dubbio una piacevole scoperta. Innanzitutto per ulteriore conferma del fatto che in Abruzzo, dove non esiste un reale apparato cinematografico, esiste però chi il cinema lo fa, e lo fa bene. Penso a Daniele Campea e a Betty L’Innocente e Claudio Romano della Minimal Cinema.

Giovani artisti, dotati e partigiani per vocazione in una terra in cui spesso la resilienza non è una scelta, ma una condizione imposta.

Trarre una virtù da questa necessità significa avere qualcosa da dire, e Emiliano è certamente tra questi.

In secondo luogo perché, nel mio piccolo, ho contribuito involontariamente alla creazione di questo film, organizzando una proiezione di “Appennino” nella mia città, durante la quale Emiliano ha conosciuto Tiziana Tarantelli, protagonista femminile di “Monete”, determinando a prescindere la mia affezione verso questa pellicola.

Emiliano Dante

Emiliano Dante

Per questi motivi, ho chiesto a Emiliano di rispondere a qualche domanda sul suo nuovo film e sulle potenzialità da esso rappresentate per la creazione di un cinema abruzzese d’autore.

  1. Ciao Emiliano. Inizia col raccontarci brevemente la sinossi di “Monete”.

Monete racconta la storia di un uomo che soffre di incubi ricorrenti ed inizia a vivere scegliendo cosa fare in base al lancio di una moneta, con testa o croce. Finisce per fare il barbone. Un giorno trova un portafoglio in un cassetto dell’immondizia. È il mio portafoglio, dentro ci sono i miei documenti. Decide di andare a L’Aquila per riportarmelo e, chiaramente, non mi trova – il mio indirizzo oggi è un cantiere. Due giorni dopo esce la notizia che è stato ritrovato il mio cadavere. E da qui parte il giallo – e non ti racconto più niente.


2. Hai detto che, pur non essendo un film documentario come i precedenti, “Monete” prosegue in un certo senso il fil rouge iniziato dai tuoi primi lavori sul terremoto aquilano e del centro Italia. Perché? 

Perché continuo a mostrare l’evoluzione della città dopo il terremoto. Ho ritratto L’Aquila ogni anno, dal terremoto ad oggi: nel 2009 con “Into The Blue, tra il 2010 e il 2014 con “Habitat”, nel 2015 con la versione estesa di “Habitat”, nel 2016 e nel 2017 con “Appennino“. Ora nel 2018 e 2019 con “Monete“.

C’è un percorso molto coerente, credo, anche se “Monete” non è più un documentario. Il fatto che ho sentito il bisogno di confrontarmi con un pubblico diverso e, possibilmente, più ampio. E anche di non limitarmi a raccontare il terremoto, ma dare una dimensione narrativa alle riflessioni che il terremoto stesso mi ha in parte ispirato.

3. In un certo senso le criticità di questa regione rappresentano un potenziale per il cinema. La zona rossa di L’Aquila e di altri comuni del cratere, i paesi abbandonati nelle aree interne e i disservizi legati alla gestione di infrastrutture e punti di interesse costituiscono veri e propri “set naturali” per i cineasti. Credi che l’Abruzzo sposi bene il cinema delle produzioni da basso per questa ragione?

Io ho una teoria paradossale, sui filmmaker abruzzesi, che sono sorprendentemente di alto livello, se si pensa a quanto poco popolata è la regione. La mia teoria è che noi siamo molto adatti ai cambiamenti tecnologici del cinema, perché vanno verso una produzione individuale. Il motivo non è nei geni abruzzesi, che non esistono e che comunque non avrei, in quanto unico abruzzese della mia famiglia. Il fatto è che la regione è totalmente impreparata sul piano dell’industria e imbarazzante nei meccanismi della sovvenzione pubblica alla cultura. In altri termini: dove ci sono grosse film commission, si produce cinema che vorrebbe essere mainstream, un cinema che finisce per nascere dalla stessa presenza delle film commission. E questo tende ad esaurire la dimensione intellettuale dei film. Qui in Abruzzo, invece, si è prodotto cinema sperimentale e personale, nato dal solo bisogno di far cinema – e,certo, con problemi giganteschi di distribuzione. Ma il livello è notevole, basta contare quanti abruzzesi ci sono in Fuorinorma, l’antologia del cinema sperimentale di Adriano Aprà. Se ricordo, siamo più o meno quanto i laziali, anche se tutto l’Abruzzo ha la metà degli abitanti della sola Roma.

Non credo che sia dovuto alla presenza di set naturali, altrimenti staremmo tutti a parlare del cinema valdostano, o a fare western. Penso che sia dovuto più alla strana tendenza abruzzese di cercar di fare cose importanti restando a casa propria. In questo mi sento patologicamente abruzzese. Una sorta di specifica mancanza di collegamento tra l’ambizione e la localizzazione.

Emiliano Dante

Una scena del film


4. A tuo avviso è possibile rendere “riconoscibile” questa regione attraverso il cinema, come oggi lo sono altre (Lazio, Toscana, Puglia, Sicilia) e, se si, personalmente ne senti la necessità?

Non ne sono sicuro, in totale onestà. In ogni caso sono operazioni legate da una parte alla presenza di una film commission forte, dall’altra di un consumo interno importante. In più l’Abruzzo è una regione strana, molto poco omogenea. Gli Abruzzi sono almeno due, quello montano e quello costiero – e non si assomigliano tra loro in nulla, praticamente. Comunque, onestamente, come filmmaker fare da traino al turismo o al brand è l’ultima cosa che mi interessa – e credo che sia impossibile far buon cinema avendo queste prospettive. Diventa tutto molto anemico.

5. Come hai iniziato a lavorare a questo nuovo film e quali step dovrà ancora seguire? 

La produzione di “Monete” è totalmente atipica, nel senso che in effetti non esiste, non è un’entità separata dal cast e dalla crew. Siamo tutti produttori, nel senso che ognuno ha provveduto alle proprie spese e ognuno è proprietario del film in base a quanto ha lavorato. Il che ha contribuito a creare un’atmosfera veramente incantevole sul set – non ho mai visto un gruppo di lavoro così affiatato. Chiaramente questo ha anche dei limiti, nel senso che la proprietà di questo film è anche una proprietà composta interamente di gente squattrinata. Il che vuol dire che, paradossalmente, per noi non è stato un enorme problema fare le riprese, ma lo è fare la postproduzione, pagare i DCP, curare la comunicazione, iscriversi ai festival e via dicendo. Questo, semplicemente, perché non puoi chiedere ad un festival di iscriverti in cambio di una quota del film. Quelli vogliono soldi e noi soldi non ne abbiamo – è un set di socialisti dalle tasche buche, per dirla con Benigni. È per questo che abbiamo fatto partire il crowdfunding dopo aver finito le riprese, perché è ora che il film ha bisogno di un minimo di budget per vivere e cercare la sua strada.

È uno dei paradossi del nuovo cinema. Costa più la post-produzione che la produzione.

Emiliano Dante

come ho scelto gli attori:

Piotr Hanzelewicz
Era un po’ che accarezzavo l’idea di fare un film incentrato sul rapporto tra caso e destino – e ragionavo attorno all’I-Ching. Poi è successo che Piotr Hanzelewicz una sera ha rivisto “Limen, dove interpreta un personaggio secondario, e mi ha chiesto di fare di nuovo un film assieme. Ora: lui è un artista e i suoi lavori più belli secondo me sono quelli in cui utilizza l’ossidazione delle monete da un centesimo. E questo mi ha ispirato uno degli assi portanti di “Monete“, il continuo ricorso alla testa o croce.

Tiziana Tarantelli
Come ho scelto Tiziana è stato veramente strano. Tu hai organizzato una proiezione di “Appennino” a Sulmona. È stata una proiezione bellissima, c’è stato uno dei Q&A più lunghi ed emozionanti che abbia mai fatto. Tiziana era seduta nelle prime file e, mentre rispondevo alle domande, pensavo tra me e me che aveva un viso straordinariamente cinematografico, che quel viso sarebbe stato perfetto per la protagonista femminile del film.

Qualche giorno dopo l’ho contattata e le ho chiesto se le andava di fare un provino, anche se non aveva mai recitato prima. Lei è venuta a L’Aquila, abbiamo chiacchierato e mi ha raccontato un fatto strano della sua vita privata: anni prima, appena uscita dell’ospedale per un evento molto traumatico, nel giro di poche ore aveva deciso di andare in Nepal, di punto in bianco. E lì ho capito che aveva il carattere per fare un film, che aveva quel senso epico e di rivincita senza cui non puoi fare parte di un progetto come il nostro, con le nostre limitazioni produttive – o almeno non puoi esserne uno degli assi portanti. Chiaramente abbiamo fatto mesi di training per prepararla a girare, una faccia non basta per un ruolo così complicato. È stata molto brava, brava in modo veramente imbarazzante, se consideri che a raccontarla così sembra folle anche solo averci pensato. Ma ha funzionato – è stata eccellente, sotto tutti i punti di vista.

Gli altri ruoli.
Con alcuni attori avevo già lavorato in “Limen“, come Danil Aceto e Roberto Lattanzio. Con altri è stata la prima volta, è il caso di Laura Sinceri, che interpreta la moglie del protagonista, di Alessandro Aniballi, che è anche il co-sceneggiatore del film. È il caso anche di Pietro Albino Di Pasquale, nel senso che con lui ho lavorato a “Limen“, ma in quel caso non faceva l’attore. Un discorso a parte merita Tim Fritz, che interpreta un ruolo molto complicato, che è quello di Richard Smithson, il teorico del lancio della monetina. È molto complicato sia perché è una parte importante, sia perché l’attore doveva essere anglofono, il che in un film da girare in Italia senza una lira mi preoccupava molto. Tim ha risposto a una mail che gli avevo inviato tramite un sito di casting, mi ha mandato un provino su parte ed è stato un po’ come vincere alla lotteria. Non solo è bravissimo, ma è una persona straordinariamente piacevole e paziente, cosa che in un set microscopico è vitale.

5. Chiudo sempre le interviste con la richiesta di un contenuto a tema per l’intervistato. Lasciaci ideando sul momento la scena gotico e abruzzese.

Un corvo si posò su un arrosticino e disse:

“Sarò pure gotico,  ma so’ ‘na citazio’ de Pasolini, se parlo. Sò studiato fra”

“Offreghete” – rispose il becchino, arrostendo il suo arrosticino su un fuoco fatuo. E il teschio, che faceva capolino dalla bara e si sentiva di dover partecipare alla conversazione, dopo un ruttino guardò il corvo di traverso (cosa difficilissima, per qualcuno che ha le orbite vuote) e l’accusò:

“Ma perché penzi d’esse tanto gotico tu? Cachi come nu piccione, te movi come nu piccione, alla fine sci nu piccione. Ju piccio'”

“Amico me, ju gotico è a sesto acuto. Tu me pari tanto a sesto ottuso, certe cose non le po’ capi'”

“Bella frà” – rispose il becchino – “Famme capi’, e tu perché sci gotico, teschiè?”

“E che, ji romanici non so’ morti?” – domandò Ju Gargo’, atteggiandosi a chi ne sa più degli altri. Annusò il bouquet del suo solito buon bicchiere di buon Montepulciano e aggiunse: “La verità è che, pe’ esse nu gotico serio, ta’ esse come me, fra’. Ji potrei sta’ a Notre Dame”

“Esso quesso! È arrivatu ju gotico internazionale. E mango parla l’italiano”.

“E so’ gotico abbruzzese, fra'”

Titolo finale: “Forti, morti e gentili”.

Antonio Secondo

Vivo a Sulmona (AQ), dove sono nato e dove da qualche anno ho deciso di tornare a vivere. Mi occupo di web content e redazione di articoli, saggi e sceneggiature. Dall'autunno del 2013 sono inoltre editor di Gotico Abruzzese, un progetto nato con l'intento di raccontare un Abruzzo onirico e fuori dall'ordinario.