Tra i vicoli e le viuzze che si snodano intorno alla chiesa di Santa Maria delle Grazie la folla in corteo si accalca per un attimo ai processionari in abito scuro. Sulla città è scesa la sera e un silenzio di austera devozione. Il Venerdì Santo di Ortona è tra i riti più sentiti dalla comunità locale, che negli ultimi vent’anni sembra averlo riscoperto con rinnovato attaccamento, e una più forte spiritualità.

Al pari di altre celebrazioni della settimana santa abruzzese, come quelle di Lanciano, Chieti, Teramo e Sulmona, il Venerdì Santo di Ortona è l’affascinante racconto del carattere di un’intera città, attraverso coreografie attente, severe, autentiche.

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Lo si nota dal rispetto di una città silente al passaggio della marcia, scandito dall’intonazione di litanie e preghiere, dalla commozione nello sguardo di uomini e donne tra le fila del pubblico, che guardano i propri cari sfilare in processione.

Ma più di tutti, a rendere particolarmente originale questa manifestazione è la presenza di numerose donne di età diverse, tutte vestite a lutto e strette tra loro in un abbraccio solidale che, caso unico in celebrazioni di questo tipo, rivestono un ruolo chiave all’interno del rito. Duecentocinquanta donne circa che, oltre al coro, figurano come portatrici di lampioni, di cuscini cerimoniali e dei talami raffiguranti gli elementi della passione di Cristo.

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Una schiera di figuranti scomparsa per molti anni e reintrodotta solo dopo la seconda guerra mondiale, quando ad organizzarlo erano ancora undici confraternite cittadine. Reintroduzione che avvenne in concomitanza con un particolare momento storico per la città di Ortona, quello appena successivo al devastante passaggio della macchina bellica, che la volle teatro dello scontro tra le truppe alleato a sud della Linea Gustav, e il fronte tedesco che da tempo occupava la città. Uno scontro durissimo caratterizzato da numerose perdite, in quei mesi invernali del ’43 oggi ricordati come “il Natale di sangue”, e ben ricostruiti da un omonimo documentario del regista Fabio Toncelli.

Un dolore collettivo, che obbligò forse emotivamente l’intera comunità ortonese a tornare in strada per manifestare unitamente il proprio lutto, nella ricorrenza cattolica per eccellenza dedicata a questo intento. Un’espressione del dolore simile per molti aspetti a quello osservato dallo scrittore toscano Curzio Malaparte, che nel romanzo “La Pelle” così descriveva i primi giorni di una Napoli libera e addolorata dalla guerra:

Poiché ogni lutto a Napoli è un lutto comune. Non di uno solo, né di pochi, o di molti, ma di tutti, e il dolore di ciascuno è il dolore di un’intera città. La fame di uno solo è la fame di tutti. Tutti soffrono e piangono l’uno per l’altro, e non c’è strage, né colera, né fame che questo popolo buono, infelice e generoso non consideri un tesoro comune, un comune patrimonio di lacrime”.

Empatia di un popolo, quello ortonese, ampiamente dimostrata nel corso dell’edizione dello scorso anno, quando la processione si è fermata per commemorare, con discreta e rispettosa commozione, la tragedia locale di due donne uccise pochi giorni prima del rito. Una sosta profondamente sentita dagli astanti, che ha stretto, seppur per un solo attimo, l’intera città in un momento di mutuo sostegno, estraneo ad ogni parola, giudizio o polemica, a riprova di come il Venerdì Santo sia per gli ortonesi molto di più di una mera rappresentazione.

Di quelle donne vestite a lutto parla infatti la loro storia. Vi erano tra loro, in passato, le vedove del mare: mogli, fidanzate e madri dei marinai ortonesi che avevano preso il largo senza mai tornare a casa. Ma anche le giovani in cerca d’amore, che rivivono nei racconti di quanti “scelsero moglie” tra le fila della processione.

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Donne quindi come simbolo antropologico del lutto, ma anche di forza, di sostegno reciproco, e fiera appartenenza, unite dal canto del meraviglioso miserere che Francesco Paolo Masciangelo, e i suoi eredi, donarono alla città. In un continuo alternarsi di voci maschili e femminili, la processione prosegue lenta, sotto gli occhi di chi, affacciato dalla propria finestra o in punta di piedi sul marciapiede, resta incantato dalla potenza evocativa delle liriche.

La conduzione del coro, punta di diamante dell’intera celebrazione, è affidata alla direzione del maestro Gabriele di Gugliemo, vice presidente della neonata associazione Passio Christi, che da qualche anno mira ad una sempre maggiore valorizzazione del rito.

Al di là della celebrazione della sera, più aperta al pubblico, è la processione del mattino a riconciliare i devoti all’essenza di questa manifestazione. Alle cinque del mattino del Venerdì Santo, gli ortonesi più devoti si ritrovano infatti per una processione più intima, che dalla piccola Chiesa del Purgatorio raggiunge nel silenzio più assoluto quella della Madonna delle Grazie alle prime luci dell’alba. Qui vengono riposti e benedetti talami, ceri e il resto dell’artenale della devozione utilizzato durante il corteo serale, che proprio dalla Madonna delle Grazie vede il suo punto di partenza e di arrivo.

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La Madonna delle Grazie, iconica espressione di materna misericordia, sottrae in questo giorno la scena al patrono San Tommaso, a piena dimostrazione della forte componente matriarcale dell’evento, di cui le donne in processione sono appunto espressione più viva.

La loro presenza in altre celebrazioni similari (come quella di Lanciano, Sorrento, Campobasso) nulla può a confronto di quella ortonese, dove il ruolo della donna assume un carattere determinante e fiero, in grado di raccontare a chi osserva l’affascinante storia di questa città.

Antonio Secondo

Vivo a Sulmona (AQ), dove sono nato e dove da qualche anno ho deciso di tornare a vivere. Mi occupo di web content e redazione di articoli, saggi e sceneggiature. Dall'autunno del 2013 sono inoltre editor di Gotico Abruzzese, un progetto nato con l'intento di raccontare un Abruzzo onirico e fuori dall'ordinario.