IN VIAGGIO SULLA TRANSIBERIANA D’ITALIA

Foto di Antonio Secondo e Paolo d’Amato.

Qualche settimana fa sono stato invitato a viaggiare sulla Transiberiana d’Italia dagli amici del Movimento Turismo del Vino Abruzzo in occasione del Treno del Vino, viaggio tematico a bordo dell’ormai celebre treno turistico, per raccontare storia, paesaggi ed essenza di una delle esperienze più evocative della Penisola.

Transiberiana d'Abruzzo

La Transiberiana d’Italia | © Antonio Secondo

Non era la prima volta che viaggiavo su quella stessa tratta né, a dire il vero, è questa la prima volta che ne scrivo. Sul finire della sua gloriosa carriera quale effettiva via di comunicazione tra un fronte appenninico e l’altro mi capitava di intraprenderla con cadenza quasi regolare per raggiungere Napoli, dove mi recavo spesso per andare a trovare alcuni amici. Al tempo i convogli erano già stati drasticamente ridotti e la povera schiera di passeggeri che era possibile incontrare al loro interno era costituita perlopiù da militari in congedo o prossimi al ritorno in caserma, insieme a qualche altro sporadico viaggiatore di passaggio.

Ricordo con precisione molti momenti di quei lunghissimi viaggi (quasi 5 ore e mezza per raggiungere Napoli da Sulmona), come le soste serali durante il viaggio di ritorno nelle stazioni di Rivisondoli o Palena quando, affacciato dal finestrino, osservavo il buio degli altopiani circostanti chiedendomi che diavolo ci facessi in posti del genere e quanto ancora mancasse per tornare a casa. Ricordo il freddo che saliva ogni volta quando il convoglio arrivava all’altezza di Roccaraso, indipendentemente da quanto fossero riscaldati i suoi vagoni, e gli appunti presi su quei diari di viaggio che da adolescente usavo portare sempre dietro per annotare input ed impressioni della giornata.

Movimento Turismo del Vino

Treno del Vino | © Antonio Secondo

Ricordo il momento della soppressione della linea, nel 2007, perché per affrontare lo stesso tragitto dovetti iniziare a viaggiare in autobus, mezzo di trasporto che mal sopporto da sempre.

Finirono così i miei viaggi sulla “Napoletana“, come veniva definita da pendolari e addetti ai lavori, tra articoli di testate locali che ne annunciavano la dismissione e una serie di appunti collezionati nel corso di decine e decine di viaggi, stipati nei vecchi cassetti che ancora custodiscono quei diari. All’epoca non diedi molta importanza alla cosa. La soppressione della linea non era che uno dei tanti disservizi che a quel tempo iniziavano ad accumularsi per noi cittadini delle aree interne. Per me quel treno non rappresentava che un mero mezzo di trasporto per raggiungere la capitale partenopea.

Questo fino alla pubblicazione, qualche anno dopo, di un libro dal titolo “Coi binari tra le nuvole” dello scrittore emiliano Riccardo Finelli, tutto incentrato sul racconto di quella stessa linea percorsa, nel corso di un trekking di più giorni in compagnia di un amico, fino alla stazione molisana di Carpinone.

Leggerlo è stata una rivelazione, per diversi motivi.

Neo Edizioni

Coi binari fra le nuvole, di Riccardo Finelli – Neo. Edizioni 2012

Il primo è stato apprendere la storia di quella che fino a quel momento avevo creduto “solo” una semplice linea ferroviaria. Un’infrastruttura tra le prime del suo genere in Italia, nata in un’epoca in cui il meridione italiano poteva ancora vantare primati di tale eccellenza.

In secondo luogo per aver finalmente dato un volto e un contesto a molti degli arcani che nei miei diari definivo i “fantasmi di una vita che fu“, ovvero tutte quelle case cantoniere, stazioni apparentemente inutili, caselli e deviazioni di percorso alle quali non riuscivo a dare una reale connotazione, limitandomi a siglarli con un lapidario “devono pur essere stati utili a qualcosa o appartenuti a qualcuno“.

Come nel caso di Sant’Ilario Sangro, la stazione senza paese a pochi chilometri da Castel di Sangro, utilizzata fino agli inizi degli ’80 da una categoria di viaggiatori tutta particolare. I braccianti della zona la utilizzavano per recarsi al lavoro nei campi e riportare a casa le produzioni stagionali; o ancora la minuscola fermata di Vallelarga (la cui insegna riporta ancora oggi il toponimo nell’antica variante con la “C”: Vallelarca), vicina allo scalo di Sulmona e utile alle tante massaie della medesima contrada per recarsi nel capoluogo peligno specialmente nei giorni di fiere e mercati.

Treno turistico

A bordo della Transiberiana | © Antonio Secondo

Aneddoti di un universo umano che riporta alla mente l’epopea di quel Nino Manfredi protagonista di Cafè Express, del regista Nanni Loy.

Nanni Loy

Nino Manfredi in “Cafè Express” di Nanni Loy, 1980.

Ricordo in particolare un episodio citato nel libro che mi rimase particolarmente impresso nei giorni della sua lettura. In uno dei capitoli un anziano casellante raccontava il suo lavoro e le sue giornate a settimane alterne nella casa cantoniera di sua competenza. La struttura era situata all’imbocco di una lunga galleria e parte del suo lavoro nel corso dell’anno consisteva nel recarsi all’interno della stessa nei mesi più freddi per accertarsi che durante la notte non si fossero formate stalattiti di ghiaccio che potessero minare l’incolumità del treno in corsa. A questo scopo si era munito di un lungo ramo che utilizzava alle prime ore dell’alba per colpire il ghiaccio fino a farlo cadere. La pratica, primitiva quanto efficace, era largamente utilizzata da molti altri colleghi lungo quel tratto di linea, e il ramo veniva appositamente conservato all’imbocco delle varie gallerie per essere sempre pronto all’uso qualora se ne avesse la necessità.

[LEGGI ANCHE: SPERONE, IL PAESE ABBANDONATO DUE VOLTE]

Dopo la lettura del libro, di comune accordo con un amico, decidemmo di riproporre una piccola escursione lungo i binari per ripercorrere il breve tratto di linea che da Pettorano sul Gizio conduce fino alla stazione di Sulmona. La ferrovia era all’epoca ancora completamente dismessa. Il primo ingresso in una delle gallerie disseminate lungo il percorso fu un’esperienza unica, ma ciò che più di ogni altra cosa scatenò il mio entusiasmo fu ritrovare una pertica lunga un paio di metri, ben livellata e posta a pochi metri dall’uscita della galleria, così come avevo letto nel libro. Quel particolare, tanto semplice eppure così straordinariamente evocativo contribuì a donarmi l’effettiva intuizione di quanto in realtà la Sulmona – Carpinone fosse un mondo lontano da riscoprire.

Caselli in concessione

Una delle gallerie della Sulmona – Carpinone, con il casello sullo sfondo | © Paolo d’Amato

Il valore più intrinseco nel racconto di Finelli sulla Transiberiana d’Abruzzo risiede nel carattere prettamente artigianale della stessa. Gli episodi narrati nel libro dalle varie persone che un tempo accompagnavano materialmente il viaggio del treno attraverso una delle tratte più affascinanti e allo stesso tempo impervie di tutti gli Appennini sono una concreta metafora di un mondo che ha smesso di appartenerci con la sua dismissione.

Trenitalia

Transiberiana d’Italia, tratto di Monte Mitra | © Paolo d’Amato

Allo stesso modo, chi sceglie oggi di riscoprire quel viaggio ne resta affascinato anche e soprattutto per via della sua esclusività. Il breve tragitto che lo scorso 14 Maggio ci ha condotto da Sulmona a Roccaraso, facendo tappa a Palena e Campo di Giove per assaggiare le eccellenze delle cantine vinicole abruzzesi ci ha concesso il privilegio di riflettere sull’importanza di continuare ad osservare il passato che ci contraddistingue con gli occhi di chi non vuole dimenticarlo. Senza retorica o nostalgia ma con la concreta percezione che iniziative come quella promossa dall’Associazione LeRotaie siano ciò che occorre alla nostra regione per continuare a raccontarsi nella sua forma più autentica.

Un personale plauso va quindi ai promotori di questa manifestazione e tutti quelli che negli ultimi anni hanno contribuito a far rivivere un pezzo di storia abruzzese. Quella di un “treno tra le nuvole” e del suo itinerario da sogno tra paesi e vallate appenniniche.

Antonio Secondo

About Antonio Secondo

Vivo a Sulmona (AQ), dove sono nato e dove da qualche anno ho deciso di tornare a vivere. Mi occupo di web content e redazione di articoli, saggi e sceneggiature. Dall'autunno del 2013 sono inoltre editor di Gotico Abruzzese, un progetto nato con l'intento di raccontare un Abruzzo onirico e fuori dall'ordinario.

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