Di Antonio Secondo. Foto di Antonella Palombizio

Cannibal Holocaust è forse il più famoso tra i cannibal movies. Fu girato da Ruggero Deodato nel 1980 e salì alla ribalta in seguito a voci di corridoio che lo consideravano uno snuff, cioè una pellicola contenente scene di sangue reali. Nella storia una squadra di salvataggio viene inviata in Amazzonia a seguito della sparizione di una troupe televisiva impegnata nella realizzazione di un documentario sulle tribù autoctone. Il nastro contenente il girato viene rinvenuto nella giungla e inviato alla polizia londinese che sta indagando sul caso. Da principio si crede che i cannibali delle locali tribù abbiano aggredito i giovani reporter per farne sacrifici umani. Durante la visione del materiale si scopre invece che gli stessi reporter hanno compiuto atti di insensata violenza contro i villaggi degli indigeni per poter filmare scene di morte e devastazione e rendere più interessante il loro lavoro, ed è per questo che sono stati uccisi. Nella scena finale del film il responsabile della produzione, dopo aver visionato il video, si interroga su chi siano in realtà i veri selvaggi.

Mi torna in mente quella scena mentre scendo dall’auto e guardo verso l’ingresso del santuario di San Venanzio.

Quella scritta è apparsa nella notte, ne fanno di continuo da queste parti” – spiega la guida mentre indica una stupida frase realizzata in vernice rossa sul muro di cinta – “qualche giorno fa è venuto un gruppo di americani a visitare il santuario e mi sono vergognata da morire, solo in Italia facciamo ‘ste cose”.

Eremo di San Venanzio, ingresso.

Le incisioni rupestri dei moderni primitivi

Una scritta a bomboletta si toglie facilmente da un muro. Il problema è che un’altra notte gli stessi balordi hanno anche sfondato la porta di un antico mulino poco distante, gettandola nel fiume. Hanno inoltre scaricato tonnellate di immondizia nello stesso fiume ed insozzato le pareti del sito con altre stupide frasi a bomboletta. Mi sale su una pena infinita e quasi posso sentire quelle vecchie pietre lamentarsi come bigie signorotte di paese.

I culti legati alla devozione verso San Venanzio erano scanditi da primitivi rituali magistralmente descritti da Luigi Di Gianni in un mini documentario del 1967 dal titolo Il culto delle pietre. Nel film è mostrato l’intero rituale, conosciuto come “il cammino della pietra”, eseguito da una pallida devota vestita di nero che sembrava uscita da un disco dei Salem. Tutto il rito era basato sul rapporto uomo – pietra, che in questo luogo, per via delle vicissitudini legate alla vita del santo, assume un carattere magico e speciale.

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Il culto delle pietre di Luigi Di Gianni (1967)

Un rituale primitivo sì, ma puro, in cui l’uomo entrava in contatto con alcuni tra i più forti elementi in natura, quella stessa selvaggia natura che all’epoca era parte integrante della vita di tutti.

Proprio come l’attore nel film di cannibali inizio quindi a chiedermi se i veri primitivi non siano le moderne tribù di balordi che raggiungono questi angoli impervi solo per sfogare le loro frustrazioni da provinciali senza speranza.

Scesa la gradinata d’ingresso ed arrivati davanti al santuario si apre alla vista uno scenario incredibile. La forza impetuosa del fiume costringe ad alzare il tono della voce durante la conversazione e le pareti di roccia del Mentino e del monte Urano che costituiscono le gole sembrano lasciarti sprofondare in un assoluto contatto con ciò che ti circonda. Lynch si innamorerebbe di questo luogo e giuro che non mi sorprenderebbe rinvenire il cadavere incellophanato di Laura Palmer nascosto in un anfratto sulle sponde dell’Aterno. Uccelli rapaci ed ungulati che trovano in questo ambiente inospitale il proprio habitat naturale sono tornati a popolare questa zona dopo l’obbligata chiusura della vicina strada provinciale, a seguito del sisma del 6 Aprile 2009.

gole san venanzio raiano

La forza impetuosa del fiume Aterno

Una volta nell’eremo invece ogni rumore si annulla e diventa lontano. Si è subito assaliti da un silenzio quasi spirituale, quello stesso riverente silenzio osservato durante l’esercizio del culto da parte dei pellegrini. Tutto il complesso è ricavato su uno sperone di roccia a ridosso del fiume. Secondo la tradizione San Venanzio possedeva il dono di plasmare la roccia con la sola imposizione delle mani. Per questo la pietra gioca qui un ruolo determinante, a tal punto che gli sono attribuite proprietà litoterapiche. Una volta era convinzione comune credere che le pietre toccate dai santi acquisissero proprietà benefiche per il corpo, durante il rito era dunque necessario effettuare delle tappe in più punti del percorso, per entrare in contatto con esse.

La prima era quella della discesa verso il fiume, simbolo della calata negli inferi e quindi emblema dei peccati terreni. Da quel punto era poi necessario salire la parete di roccia, seguendo un percorso a strapiombo sul fiume fino alla nicchia dove il santo era solito ritirarsi in preghiera. Una volta ridiscesi, ed espiate quindi le colpe terrene, si accedeva quindi al percorso che riconduceva in superficie, ascendendo simbolicamente verso la grazia.
Ancora oggi i pellegrini che visitano questo santuario lo fanno in special modo per chiedere di guarire da patologie quali disturbi muscolari, reumatici, malattie delle ossa e cefalee. Per questo motivo una volta giunti all’imbocco della scala santa era opportuno fermarsi dinanzi ad una stele, conosciuta come sedile di Santa Rina, oggi imbrattata dalle scritte dei primitivi di cui sopra, e sedersi o strofinare la parte del corpo interessata contro la pietra, per beneficiare del suo potere lenitivo. Nonostante abbia tentato a mia volta, la mia demoniaca rinite allergica si è dimostrata immune a qualsiasi influenza divina, restando ben salda al suo posto. Dinanzi al sedile è possibile osservare quello che è conosciuto come “il letto di San Venanzio”, ossia il giaciglio a terra dove si ritiene che il martire fosse solito riposare.

eremo san venenzio

Tentando di sconfiggere la rinite allergica sul sedile di Santa Rina

Qui la nuda pietra avendo subito l’imposizione del corpo del santo si è modellata seguendone i contorni che molti riconoscono. Purtroppo l’ambiente troppo buio non ha permesso al fotografo di immortalare per bene questi contorni, ci siamo quindi limitati a riprendere le tre croci incise sulla parete di roccia da cui si accede alla “scala santa”.

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Le tre croci incise sulle roccia all’ingresso della scala santa

Scolpita direttamente nella pietra, la scala è l’ultimo tratto del percorso, un buio e claustrofobico cunicolo attraverso il quale si ritorna in superficie. Una volta fuori si sbuca nella chiesa sovrastante. In questa cappella erano un tempo conservati gli ex voto dei fedeli, alcuni di antichissima e pregiata fazione risalenti anche al 1600, che sono stati naturalmente sottratti nel corso degli anni (w l’Italia!). Quelli rimasti sono stati spostati in una delle cellette in cui hanno dimorato gli ultimi eremiti, che qui hanno vissuto fino al 1954.

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Gli ex voto dei fedeli nelle celletta degli eremiti

Finito il giro, la guida mi chiede se avessimo scelto di far visita al santuario l’8 di febbraio per una ragione specifica. Mi informa infatti che proprio in quel giorno cade l’anniversario della nascita del santo. Le domando allora come mai la festa a lui dedicata dalla comunità raianese si svolga il 18 di maggio, e mi spiega che quella è la data attribuita al martirio dell’eremita, avvenuta mediante decapitazione da parte dei persecutori cristiani dopo una lunga serie di torture. Fu infatti frustato, immerso nel letame, gettato nella fossa dei leoni, cosparso di tizzoni ardenti sul capo e pestato fino alla rottura della mandibola.  Tutto questo alla tenera età di 15 anni. Che il giovane Venanzio godesse di ottima salute non lo avevo mai messo in dubbio. Durante la sua permanenza da queste parti viveva da solo in una grotta affacciata su un fiume e scalava pareti di roccia a mani nude per ritirarsi in preghiera. Dormiva su un letto di pietra in un’epoca in cui non si aveva la minima cognizione di cosa fosse una coibentazione a cappotto. Sfido io che i romani abbiano faticato parecchio. Eppure continuo a chiedermi per quale motivo i cristiani siano sempre stati morbosamente attratti dalla morte dei loro idoli, sentendosi costretti ad onorare la memoria di questi nella dipartita, anziché nel giorno della loro nascita (fatta eccezione per Cristo). Dopo queste considerazioni lo sguardo della guida muta in un’espressione interrogativa, decido pertanto di farla finita con le mie derive eretiche e continuo ad appuntare nozioni legate al mito.

Tra le comuni convinzioni legate al culto del santo vi è quella che la pietra conservi il suo potere benefico anche una volta allontanata dal santuario. Per questo era usanza raccogliere della ghiaia in un sacchetto e depositarla in un’edicola votiva prima di entrare nella chiesa per le funzioni. Il sacchetto veniva poi recuperato sulla strada del ritorno e le pietre in esso contenute donate agli infermi o utilizzate per confezionare amuleti a protezione di bambini o familiari. L’edicola in questione si trova sulla strada verso l’eremo, ed è stata edificata per proteggere l’impronta del santo impressa su di un sasso. La storia racconta che alcuni fatti di sangue portarono in epoche passate allo scoppio di tumulti tra la città di Raiano e la vicina Corfinio. Per far si che questa lite cessasse i raianesi accorsero da Venanzio eremita, invocandone un intervento. Questi allora compì il miracolo del sasso, ponendo fine ad ogni diatriba.

riserva san venanzio

Io che cerco di fare una stella a 5 punte con le mani / Io dopo esserci riuscito

Molte altre leggende si tramandano sulle gesta di quest’uomo speciale, come quella che racconta di un turista rimasto illeso dopo essere precipitato nelle gole dalla sommità del Mentino, salvato da un “bambino”, proprio come il santo della leggenda. Il santuario è inoltre tornato alla ribalta nelle cronache abruzzesi e nazionali giusto l’anno scorso, quando una studentessa di Pescara che stava preparando la sua tesi di laurea ha individuato una stanza segreta nascosta sotto il pavimento della chiesa. In questa camera erano conservate sotto un mucchio di calcinacci le spoglie mortali di una persona minuta, presumibilmente una donna….o un infante.

Che si trattasse di una devota col temperamento di un’operaia giapponese, della vittima di una storia dai contorni noir in stile Lucarelli o delle stesse spoglie mortali di un santo bambino, ucciso a Camerino in epoca romana per poi essere misteriosamente occultato nel luogo dove aveva vissuto per una vita, le leggende legate all’eremo di San Venanzio non sembrano quindi essere finite. Tuttavia spero che la prossima narri di un’idiota sottoposto dal santo al suo stesso martirio dopo averlo sorpreso ad imbrattargli casa con una bomboletta di vernice rossa.

Come raggiungere l’eremo di San Venanzio.
Informazioni utili.

Antonio Secondo

Vivo a Sulmona (AQ), dove sono nato e dove da qualche anno ho deciso di tornare a vivere. Mi occupo di web content e redazione di articoli, saggi e sceneggiature. Dall'autunno del 2013 sono inoltre editor di Gotico Abruzzese, un progetto nato con l'intento di raccontare un Abruzzo onirico e fuori dall'ordinario.