SAN BENEDETTO IN PERILLIS: GUERRIERO FERITO NEL CUORE D’ABRUZZO

Di questa strada non ne sa niente nessuno. Nessuno la pratica da tempo, se escludiamo i residenti del borgo. È quella che da Valle Reale, appena dietro il cimitero di Popoli, conduce in collina, alle porte di San Benedetto in Perillis. Una “accorciatoia“, come ancora qualcuno usa dire da queste parti; un passaggio tortuoso, di asfalto squarciato in più punti e circondato da brulle radure regno di rapaci e cinghiali che con un po’ di fortuna, o sfortuna in alcuni casi, è possibile incrociare nelle ore tra il buio e la luce.

Giunti in prossimità dell’abitato ci fermiamo a scattare qualche foto. È tardi, abbiamo appuntamento in Comune con il sindaco, ma mi preme mostrare una cosa ai miei compagni di viaggio.

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San Benedetto in Perillis

Il profilo del paese è dolcemente adagiato su un colle conosciuto sin dal medioevo col toponimo di “Perello“. La conformità del borgo, come in molti altri casi tipici dell’Abruzzo montano, sembra ricalcare perfettamente la morfologia del territorio circostante.

Pennapedimonte, Corvara, Roccacasale, Pretoro e, appunto, San Benedetto in Perillis: paesi dalle forme oblunghe, ora in equilibrio su aspri speroni di roccia, ora riversi su gentili profili collinari, adagiati come chi riposa al sole.

Una coerenza morfologica ambita dai moderni professionisti d’urbanistica, che qui sembra invece trovare da sempre una direzione spontanea, un costrutto essenziale in perfetta armonia con l’esistente. Pietre, porte, campanili, comignoli: San Benedetto in Perillis è una sinergia costante di forme e materiali, studiati per integrarsi perfettamente nel contesto. Una visione primitiva, diametralmente opposta agli odierni modelli edilizi che prevedono invece invasivi sbanchi del terreno e conseguenti orizzonti piatti, asettici.

Parlano i paesi d’Abruzzo, a chi è disposto ad ascoltarli.

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San Benedetto in Perillis riposa al sole

I benedettini che qui giunsero nel VII secolo d.C. scelsero il Perello come luogo in cui stanziare per via dell’ottima esposizione al sole di cui il colle gode durante tutto l’arco della giornata. L’originale monastero, tra i più antichi e al tempo stesso sconosciuti della regione, fu quindi costruito sulla sommità dell’avamposto. Le campagne limitrofe vennero progressivamente riconvertite per l’approvvigionamento alimentare dei frati e della popolazione locale, con le colture ortive nei paraggi dell’abitato e i frutteti e gli oliveti a poca distanza.

Al nostro arrivo troviamo nella piazza del paese un certo fermento. Uomini e donne, anziani perlopiù, chiacchierano sulle panchine di fronte al bar, attività commerciale che insieme al piccolo emporio di Remo rappresenta praticamente tutto il prodotto interno lordo locale. Grazie ai lavori di ricostruzione post-sisma, San Benedetto in Perillis offre oggi più pane di quanto ne consumi.

[Leggi anche: Cansano vecchia: il borgo abitato dagli alberi]

Il sindaco ci riceve gentilmente, scusandosi di non poterci accompagnare lui stesso nella visita del centro storico per via di impegni in aula consiliare, e ci affida nelle mani di due concittadini dall’aria simpatica. Saranno loro a scortarci alla ricerca del cuore pulsante del borgo antico, quello che dalla piccola chiesa di Santa Maria delle Grazie si snoda lungo una faticosa salita fino all’abbazia citata in precedenza.

Uno dei due si presenta come Arnaldo e gli chiedo subito se avesse per caso un nonno con lo stesso nome. Sembra stupito della domanda ma risponde subito di si con un sorriso commosso, informandomi tristemente un attimo dopo che il nonno si è però spento pochi mesi prima.

Arnaldo, nonno Arnaldo, l’avevo conosciuto nel 2013 quando insieme ad una troupe determinata quanto scalcinata mettemmo in piedi “Baùll“, un progetto per la realizzazione di un cortometraggio tratto dal mito popolare della Val Pescara degli “Scurtchìn“. La parte vecchia di San Benedetto divenne il set naturale delle riprese, e l’anziano Arnaldo il nostro referente in paese per ogni genere di piccola necessità scenografica. Una volta per esempio gli chiedemmo in prestito una gallina per una scena che dovevamo girare e ci disse di andarla a prendere, se ne eravamo capaci, nel pollaio di sua proprietà appena dopo l’ingresso della zona rossa. La sua risata affabile mentre correvo dietro a quelle galline nel tentativo di afferrarne una mi risuona ancora nella testa mentre cammino nel paese, e mi viene in mente che forse i numerosi ringraziamenti spesi in quei giorni non bastarono a dimostrare quanto effettivamente gli fummo grati per tutto l’aiuto fornitoci.

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Marcello Sacerdote e Nausicaa Pizzi in una scena di “Baùll” girata a San Benedetto In Perillis.

Così come lo ricordavo al tempo di “Baùll“, il centro storico del paese, piano nobile dell’intero agglomerato urbano, è ancora cinto da una lunga schiera di impalcature e transenne che delimitano l’ingresso alla zona rossa chiusa dopo il sisma aquilano del 6 Aprile 2009. Oltrepassiamo la barriera salutando gli operai di una delle ditte impegnate nella ricostruzione. L’erba è tornata a crescere lungo le strade lastricate di sampietrini, nei ruderi a cui manca il solaio, nelle grondaie intasate, rendendo tangibile quel processo burocratico che qui come altrove ha freddato tutto da otto anni a questa parte.

Monastero AbruzzoA mezza costa nel vicolo che si inerpica su, verso l’abbazia benedettina, troviamo l’ingresso a due delle più importanti grotte di San Benedetto in Perillis. Questi ambienti ipogei hanno rappresentato per secoli un aspetto incredibilmente importante per gli abitanti del paese. Nel corso dell’anno la popolazione locale era infatti solita trasferircisi in compagnia dei propri animali per meglio resistere alle rigide temperature dei mesi invernali.

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L’ingresso di una grotta.

Per meglio comprendere l’approccio tutt’altro che claustrofobico che gli abitanti di San Benedetto in Perillis vivono nei confronti dei sotterranei del paese basti pensare che questi furono vissuti fino agli anni ’60, e negli stessi erano organizzate le attività sociali, ludiche, progettuali e talvolta giudiziarie della comunità.

La più grande, la “Grotta di Supone“, così chiamata forse in onore di uno dei suoi proprietari, era infatti anche detta “il Parlamento“, dal momento che al suo interno venivano discusse in forma partecipata le faccende riguardanti il paese. In un ambiente equamente condiviso e organizzato trovavano spazio filatrici, tessitrici, fidanzati, e ancora uomini, vacche e maiali, che tra chiacchiere e bicchieri di vino vivevano un senso di comunità al quale oggi, per certi versi, volgiamo lo sguardo con lontana malinconia.

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Pianta del “Parlamento”, la grotta principale di San Benedetto in Perillis.

Nel corso degli ultimi anni le grotte sono state interessate da alcuni lavori di restauro e messa in sicurezza, in fede ad un disegno che mira a riqualificarle rendendole idonee all’organizzazione di eventi mirati alla rivalutazione del borgo. Il lavoro è stato però rallentato dalla burocrazia post-sisma in quanto si è scelto di dare, giustamente, priorità alle abitazioni della zona rossa, e inoltre a causa dell’elevato numero di grotte presenti, che ammonta a circa 70 unità.

Più o meno tutti in paese hanno una propria grotta” – mi spiega Arnaldo – “molte delle quali oggi sono utilizzate come semplici cantine o rimesse. Fino a qualche anno fa, prima del terremoto, noi ragazzi usavamo ritrovarci nella grotta di un ragazzo della nostra comitiva per passare le serate fredde, così come si farebbe in un club

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L’interno della “Grotta di Supone”

Nonostante l’originale peculiarità rappresentata dai sotterranei basterebbe da sola a celebrare questo piccolo borgo nel cuore della regione Abruzzo, esiste un’altra eccezionale caratteristica che rende San Benedetto in Perillis unica nel suo genere, qui come nel resto della Penisola. Camminando lungo le strade del paese non è raro infatti imbattersi in porte e portoni di abitazioni recanti le tipiche serrature in legno.

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Tipica serratura in legno di San Benedetto in Perillis.

L’essenziale meccanismo alla base di queste modeste opere ebanistiche, costituite da un chiavistello a scorrimento orizzontale che si sblocca grazie ad un’apposita chiave (anch’essa in legno), è un’eredita che gli abitanti di San Benedetto hanno acquisito sin dai tempi più remoti. Diffusi nelle regioni del Sud Italia fino agli inizi del secolo scorso, questi congegni continuano oggi ad esistere solo in questo piccolo borgo abruzzese e in alcune regioni dell’Africa subsahariana da dove, pare, i benedettini li abbiano importati.

La tutela di un piccolo patrimonio di congegni smontati, custoditi all’interno del locale Museo della Civiltà Contadina, e l’ancora attuale utilizzo di questa tipologia di serratura, chiamata “Ju Piàsche” in dialetto autoctono, racconta un paese abitato da una comunità conscia del valore della propria storia. Una comunità in cui il valore della proprietà era inteso come mera convenzione, a difesa della quale un solo ostacolo, funzionale quanto potenzialmente violabile, custodiva ciò che comunque nessuno avrebbe rubato.

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La chiesa dell’abbazia, in sicurezza dopo il terremoto de L’Aquila.

Giunti alle porte dell’abbazia ci si para davanti il triste spettacolo del cantiere post-sisma. Mezzi, materiali e uomini stazionano in quella che una volta era la piazza del borgo vecchio, tagliata in due dallo sperone di roccia al di sopra del quale il monastero svetta oltre gli ultimi tetti del paese. In pausa dopo una breve visita alla chiesa dell’abbazia osservo l’intricato sistema di vicoli che scendono a valle infilandosi tra le case, le pareti di nuda roccia dove qui e là appaiono gli accessi angusti in grado di condurre giù, nelle viscere del colle. Osservo l’austera conformità dell’edificio monastico, con l’orologio fermo da anni e la targa ai caduti del ’39/’45 posta appena fuori l’arco d’ingresso. Pochi nomi, ma tanti per un paese che nel corso della sua secolare storia non ha mai superato i mille abitanti.

San Benedetto in Perillis appare oggi come un guerriero ferito, un miliziano dal piccolo e glorioso passato fermo a recuperare le forze dopo l’ultima estenuante battaglia. Sotto una spessa corazza di pietra batte ancora il suo cuore vivo, di tempra tutta abruzzese e riscaldato dalle cure di chi è deciso a non lasciarlo morire, come i giovani dell’Associazione Culturale PerillArte.

Così come ad Arnaldo in quell’ormai lontano 2013 mi sento quindi di rivolgere oggi i miei più sentiti ringraziamenti ai suoi cittadini, custodi di quella chiave in legno necessaria ad aprire le porte di un avvenire, per ora cinto da pesanti staccionate in legno. Le porte di quel piccolo mondo antico nel quale la loro storia riposa, in attesa di ciò che sarà.

Gotico Abruzzese

Antonio Secondo

About Antonio Secondo

Vivo a Sulmona (AQ), dove sono nato e dove da qualche anno ho deciso di tornare a vivere. Mi occupo di web content e redazione di articoli, saggi e sceneggiature. Dall'autunno del 2013 sono inoltre editor di Gotico Abruzzese, un progetto nato con l'intento di raccontare un Abruzzo onirico e fuori dall'ordinario.

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