Foto di Giancarlo Malandra

Nonostante sia ancora poco noto rispetto ad altri riti di fuoco del folklore abruzzese (Farchie e Faugni in primis) quello delle Glorie di Scanno resta comunque tra i più rappresentativi e affascinanti.

Nel pomeriggio del 10 Novembre, alla vigilia del giorno di San Martino, gli scannesi appartenenti a tre rioni, la Plaja, San Martino e Cardella, si ritrovano sui tre diversi colli intorno all’abitato. Su questi, nelle settimane precedenti, gli stessi contradaioli hanno issato le Glorie, tre pire di altezze differenti realizzate con tronchi e fronde raccolti nelle zone montane circostanti. Dopo il tramonto, in perfetta sincronia tra loro, le Glorie vengono date alle fiamme con scenica deflagrazione, nell’isteria più totale degli astanti, sedimentata in settimane di attesa.

Le Glorie di Scanno Giancarlo Malandra

Le Glorie di Scanno | © Giancarlo Malandra

Un rito ormai parte del ricco calendario di appuntamenti folklorici della regione Abruzzo, e sempre di maggior successo.

Un successo dovuto – da un lato – al ruolo che Scanno riveste nell’immaginario collettivo, quale ultimo confine di una massificazione sempre più imperante. Un borgo, cioè, in grado di evocare ancora oggi le suggestioni che i viaggiatori stranieri del tardo ottocento ricercavano all’inseguimento dell’Italia selvaggia e rurale di quel tempo, seppur, ad oggi, con le dovute differenze.

glorie di scanno giancarlo malandra

Le Glorie di Scanno | © Giancarlo Malandra

Scanno, amato dai fotografi e più in generale da quanti siano alla ricerca di quel tocco di autenticità locale, costituisce nel suo complesso un piccolo unicum: ecosistema abruzzese che in parte (e molto meglio che altrove) gode ancora di un’eredità romantica e sospesa nel tempo.

Il secondo aspetto essenziale è invece dovuto alla spettacolarità della cerimonia. Pochi eventi come le Glorie di Scanno sono infatti in grado di suscitare, nell’osservarli quanto nel parteciparvi direttamente, un sentimento di primitivo stupore, di totale fascinazione.

Eppure, dalla riscoperta di questo rito in occasione del documentario “Uomini e Fuochi – il rito dei Glorianti di Scanno”, è emerso quanto esso sia in realtà “giovane”, cioè, sconosciuto prima degli anni ’80 dell’ultimo secolo.

Gli stessi scannesi, in particolare i più anziani con cui ho avuto modo di parlare, raccontano infatti che l’incendio delle Glorie prende ispirazione dalla consueta pratica di bonificare i campi dai residui del lavoro estivo, all’inizio della stagione autunnale. Uno dei racconti in particolare, ascoltato nel 2017 sotto la Gloria della Plaja, narrava della pratica di raccogliere, sugli stessi colli che oggi ospitano le pire, arbusti secchi di leguminose e canne, per smaltirli in roghi collettivi. Sempre secondo il racconto, gli sfottò sull’incendio più alto, con conseguente pratica di rivalità tra i diversi rioni, avrebbero nel tempo fatto il resto.

Supposizioni che lasciano intendere che gli scannesi abbiano di fatto inventato ex-novo un rito in un’epoca in cui, perlomeno in Abruzzo, regione di culti secolari, si tendeva piuttosto ad abbandonarli in funzione di un’ondata progressista.

Le Glorie di Scanno Giancarlo Malandra

Le Glorie di Scanno | © Giancarlo Malandra

C’è chi crede sia davvero così e chi, nel rogo delle Glorie di Scanno, vede invece molto di più. Il fuoco, nelle cerimonie della religione popolare, costituisce un elemento quasi mai “casuale” e, nelle Glorie, è circoscritto alla chiusura di un periodo anticamente molto particolare, quello del Capetièmpe.

L’11 novembre, giorno di San Martino, terminavano in questa zona d’Abruzzo le costumanze legate ai culti della commemorazione dei defunti, raccolte dallo storico Vittorio Monaco nel libro intitolato, appunto, “Capetièmpe – Capodanni Arcaici in Valle Peligna”.

Nel testo, in riferimento alla preparazione della tradizionale ricetta della “pizza col soldino”, sempre di derivazione scannese nel giorno di San Martino, lo stesso Monaco ci ricorda come

la cenere sta per terra fertile. Il fuoco per il sole. La farina e i pezzi di gheriglio per i semi. La lievitazione sotto la cenere per la germinazione sotterranea. La cottura della pizza per la maturazione delle messi. Le monete distribuite ai bambini diventano una “caparra” data ai morti, per ingraziarseli e ringraziarli in anticipo dell’assistenza che avrebbero garantito ai semi. [1]

Simbolismi facilmente assimilabili al rito delle Glorie, dove i medesimi elementi di terra, cenere, fuoco e messi vengono riproposti in modo identico, ma con un’accezione in più: quella di sfidare la paura.

Le Glorie di Scanno

Le Glorie di Scanno | © Giancarlo Malandra

L’Abruzzo è una terra storicamente nota per i suoi inverni. È Natalia Ginzburg, costretta al confino a Pizzoli (L’Aquila) insieme alla sua famiglia dal regime fascista, a evidenziare nel suo “Inverno in Abruzzo” quanto questa regione “non abbia che due stagioni: estate e inverno” [2]. Della stessa opinione fu, molti anni dopo, anche il giornalista Giorgio Manganelli, che definì l’Abruzzo una “fabbrica del freddo” [3], in riferimento ai suoi inverni rigidi e costrittivi.

C’è, nell’inverno abruzzese, un carattere inquieto, che sopravvive nell’animo di ogni abruzzese verace, ciclicamente in attesa di una nuova primavera. Ma se oggi non conosciamo che una parte di quel sentimento, e cioè quello più ancestrale, sedimentata in secoli di esperienza pregressa, per gli abruzzesi del mondo antico l’inverno rappresentava ancora un periodo di passaggio, necessario quanto feroce.

Erano i mesi in cui le notti si riappropriavano delle ore sottratte alla luce; in cui gli animali spinti dalla fame non avevano remore ad avvicinarsi ai paesi in cerca di cibo. Mesi di austerità per i quali era necessario prepararsi a dovere, organizzando le dispense e rimboccando i campi, prossimi a scomparire sotto la neve.

Le Glorie di Scanno Giancarlo Malandra

Le Glorie di Scanno | © Giancarlo Malandra

Mesi di naturale apprensione, durante i quali il fuoco nel camino costituiva, più che una compagnia, un vero e proprio alleato. Non a caso, è quello stesso fuoco ad assumere, in tutto l’Abruzzo, il carattere emblematico descritto dal Finamore, dove per “fòche” (fuoco) era possibile intendere tanto la persona più importante di un nucleo familiare (“s’ha ‘rmòrte lu fòche” – “è morto l’ultimo della casata”), quanto l’abitazione stessa (“sacc jì addò fa’ lù fòche?” – “non so dove sta di casa”) [4].

Le Glorie di Scanno Giancarlo Malandra

Le Glorie di Scanno | © Giancarlo Malandra

È quindi auspicabile che proprio al fuoco, nei giorni conclusivi del Capotempo, gli scannesi devolvano le paure primigenie di un nuovo inverno. Che sia da sempre, o solo da poche decadi, le Glorie salutano quindi l’ultimo sole dell’anno, illuminando alla luce delle fiamme gli abitanti di due universi speculari, destinati a non incrociarsi che per pochi attimi, prima che ognuno torni al proprio posto nel mondo.

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Rif. bibliografici:
[1] “Capetièmpe – Capodanni Arcaici in Valle Peligna” , Vittorio Monaco – Synapsi Edizioni, 2004
[2] “Le piccole virtù”, Natalia Ginzburg – Giulio Einaudi Editore, 1962
[3] “Viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli”, Pino Coscetta – Solfanelli, 2012
[4] “Tradizioni popolari abruzzesi”, Gennaro Finamore – Adelmo Polla Editore, II edizione 2012

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Antonio Secondo

Vivo a Sulmona (AQ), dove sono nato e dove da qualche anno ho deciso di tornare a vivere. Mi occupo di web content e redazione di articoli, saggi e sceneggiature. Dall'autunno del 2013 sono inoltre editor di Gotico Abruzzese, un progetto nato con l'intento di raccontare un Abruzzo onirico e fuori dall'ordinario.