Da una valigia abbandonata in campagna spuntano fuori alcuni rullini che ritraggono una famiglia di emigranti abruzzesi in Venezuela. Un’occasione per compiere un breve viaggio tra appunti, chiacchiere e ricordi, alla scoperta di un pezzo di storia della nostra regione.


È bello avere una storia da raccontare, ancor più bello quando è la storia a raccontarsi da sé. Succede meno spesso, ma quando accade è sempre un po’ speciale.

Questa è una di quelle.

La contrada in cui sono nato e cresciuto è circondata da campagne. Una zona desolata, per alcuni perfetto luogo di scarico di materiali di risulta, per altri, me compreso, un paesaggio tranquillo dove perdersi per qualche ora a passeggio col cane. Di modesti bottini quei terreni me ne hanno donati diversi negli anni: un cesto di more, un fascio di asparagi, una busta di noci, e ancora ferri di cavallo, di bue, zanne di cinghiale e qualche oretta di buona luce per affinare la tecnica fotografica. Tesori semplici, di campagna.

Qualche tempo fa, nella stessa zona, una ragazza a passeggio con i cani come me rinviene abbandonata in un campo una pesante valigia mangiata dal tempo. Al suo interno sono stipati alla rinfusa vecchi dischi in vinile, bobine magnetiche e qualche fotografia in bianco e nero. Materiali antichi, incollati l’un l’altro dalla polvere e dalle piogge. Seleziono con cura i 45 giri facendoli suonare sul piatto, per capire se siano ancora buoni. Non si legge quasi più nulla delle copertine, ma dalle casse escono ancora ritmi latini e litanie accompagnati da voci spagnole.

Nel pulirli faccio una piccola-grande scoperta: tranci di pellicola fotografica di una linea sconosciuta, la Kodak Plus X Pan Film. Dopo una breve ricerca sul web scopro che sono fuori produzione dai primi anni ’60. Molti hanno resistito bene all’umidità e tra gli scatti sembrano intravedersi volti di donna, figure geometriche e qualcosa che sembra una specie di convoglio che non riesco bene ad interpretare.

Li porto in uno scanner per negativi ed è proprio il convoglio a prendere forma per primo. È una filovia.

abruzzesi in venezuela

La filovia

Gli scatti che vengono fuori a seguire sono di una strana bellezza, sospesi in un mondo e in un tempo lontani che non conosco e non so riconoscere.

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Li condivido con la rete, alcuni dei miei contatti se ne interessano subito e una in particolare, un’amica, riconosce nelle foto un totem della sua infanzia: l’hotel Humboldt sul monte Avila, che sovrasta la Valle di Caracas.

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L’Hotel Humboldt, sulla cima del monte Avila

Sono immagini del Venezuela” – mi dice – “da piccola ho vissuto alcuni anni a Caracas con la mia famiglia. Quell’hotel è una specie di simbolo della città”.

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La Valle de Caracas, vista dal monte Avila

Metto insieme i pezzi. La linea dei rullini Kodak risale più o meno al primo dopoguerra, i soggetti nelle foto anche. In molti degli scatti appare un uomo in compagnia di una giovane moglie, nel portico di una bella casa venezuelana dove vive con la sua famiglia.

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L’emigrante e la sua giovane moglie

In un solo scatto, in posa in una piazza con la statua di Simon Bolivar a cavallo, sembra apparire il potenziale autore dei rullini: un ragazzo giovane, dalle sembianze simili a quelle dell’uomo più anziano, ben vestito e dall’aria compiaciuta. Una foto che, insieme alle altre scattate sul monte Avila, lascia presupporre che si tratti di un viaggio di piacere.

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Il presunto autore degli scatti in posa nella piazza con il monumento a Bolivar

Iniziano le invettive e le ipotesi. Chi si appassiona alla storia nota nuovi dettagli. L’uomo più anziano ha la fede e la ragazza che sembra sua moglie è chiaramente indigena, nonché, mi fanno notare, poco più che adolescente. Il ragazzo più giovane è forse in visita al parente emigrante e l’aver ritrovato gli scatti insieme a tutto il resto degli effetti personali nella valigia lascia presagire che provenisse da questa regione.

Se vuoi qualche informazione in più” – mi dice ancora la mia amica – “devi parlare con mio padre”.

È così che, una domenica mattina, parcheggio in una zona residenziale di Raiano, alle porte della Valle Peligna, per fare la conoscenza di Giuseppe “Peppe” Moca. Un uomo tranquillo, molto alla mano, conviviale. Sediamo al tavolo della cucina mentre sua moglie Roberta ammassa la pasta per il pranzo della domenica. Non sembra particolarmente interessato alle foto (che mi conferma appartenere ai primi anni ’50), ma parlare del Venezuela lo accende di una vivace lucentezza in grado di metterlo di buon umore. Alla fine della guerra due suoi fratelli partirono per l’Argentina in cerca di fortuna. I governi latino-americani allora proponevano contratti migratori con altri Paesi, prediligendo quelli europei. Serviva manodopera e uomini di buona volontà per sanare l’economia che anni di politiche malsane avevano minato.

All’inizio degli anni ’50 però, l’Argentina precipita nel caos. Il colpo di stato di Juan Domingo Perón destabilizza la politica interna, costringendo molti emigranti ad intraprendere fughe rocambolesche per espatriare. I fratelli di Giuseppe attraversano le Ande fino a Valparaiso, in Cile, risalendo il continente fino al porto di La Guaira, a Caracas, con l’idea di far ritorno in Italia. C’è da aspettare un mese e i due si fermano da alcuni zii di stanza a Caracas, che li convincono a restare.

Nel Paese si vanno affermando le politiche del generale Marcòs Pèrez Jimènez, che dopo l’assassinio dell’ex presidente Delgado Chalbaud è salito al potere a capo del partito Azione Democratica, dopo soli due anni di governo di Germán Suárez Flamerich.

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Il possibile autore degli scatti ritrovati, immortalato dal padrone di casa mentre scrive quella che sembra una lettera

Pèrez Jimènez è un dittatore innamorato dell’Italia. Per questo il suo governo ha stipulato nuovi contratti per favorire l’immigrazione dal nostro Paese. Molti italiani in quegli anni sono allettati dalle prospettive di una vita migliore. Gli abruzzesi in particolare, stremati dalla guerra e dalle precarie condizioni di vita offerte dalle miniere belghe e tedesche, sole ed uniche alternative ad una vita altrimenti di miseria, vedono nel Venezuela una reale opportunità per migliorare le proprie esistenze.

Sono anni in cui il giornalista Cesare Zappulli scrive sulle pagine de Il Giorno che:

“Ci vogliono i titoli sulla prima pagina dei quotidiani perché l’Italia si chieda dove sia Manoppello, e perché la gente di questo paese è così povera, e cosa si può fare per sollevarla dalla miseria senza mandarla a morire in Belgio […] Diciamo subito che non si può fare niente, perché il tessuto sociale di Manoppello, il connettivo che tiene insieme 200 case del paese intorno alla parrocchia – qui, come in migliaia di altri comuni dell’Abruzzo, della Basilicata, della Sicilia – è proprio la miseria.” [1]

Immagina, quindi” – mi dice Peppe – “che una voce nei nostri paesi racconti di una nazione con terra incolta a perdita d’occhio. Terra buona, fertile, dove se ti casca un seme non è che germoglia e basta, ma lo fa in maniera fantastica.

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Panorama del monte Avila

Si spostano in massa in quegli anni e, presumibilmente, anche l’uomo ritratto nelle foto che mi hanno fatto iniziare questo viaggio. Arrivano in tanti, da tutto l’Abruzzo. Manodopera non specializzata che però transita solo brevemente per i ranchìtos, le baracche dei barriòs di Petare, Palo Verde e La Guaira, senza fogne né luce né acqua corrente e con il pavimento in terra battuta in cui vivono i poveri di Caracas, perché riesce in poco tempo a racimolare il necessario per una casa modesta ma più dignitosa. In molti, quasi tutti, si buttano sull’edilizia, un settore in crescita e per questo molto remunerativo. Si costruisce un Venezuela nuovo, dove agli storici quartieri de La Florida, Bello Campo, San Bernardino si affiancano nuovi agglomerati urbani, talvolta intitolati al santo protettore del paese di provenienza e scanditi dalle medesime festività in patria.

Gli abruzzesi, e con loro migliaia di italiani, realizzano infrastrutture innovative per il Paese, come l’autopista di Caracas, ossia l’autostrada che collega la metropoli alle aree extra-urbane fuori città.

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Il Venezuela al tempo di Pèrez Jimenèz

La mentalità degli abruzzesi, patriarcale e fondata sul lavoro, cozza un tantino con quella degli indigeni, indolenti e a tratti libertini.

Per molti abruzzesi, specie per le madri di famiglia, le venezuelane erano tutte meretrici. Donne di facili costumi.” – sorride Giuseppe – “La verità è che avevano semplicemente una mentalità più aperta. Gli abruzzesi recriminavano ai venezuelani di essere pigri, i venezuelani dicevano che pensavamo solo ai soldi e non sapevamo goderci la vita”.

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L’abitazione ritratta negli scatti

Il melting-pot investe emigranti e autoctoni. Molti abruzzesi sposano donne venezuelane aderendo all’abitudine tutta locale di ospitare in casa una famiglia allargata composta dai loro genitori e figli avuti da precedenti unioni. Questo spiegherebbe, per esempio, la famiglia numerosa presente nelle foto riesumate.

In un clima di prospera e apparente tranquillità mutano i governi fino all’arrivo di Carlos Andrés Pérez Rodríguez, che sale al potere nel 1974. L’anno dopo, Peppe decide di fare il grande salto, trasferendosi oltre oceano. I suoi fratelli sono tornati in Italia diversi anni prima e nel loro piccolo paese in provincia di L’Aquila, il Venezuela rappresenta ancora una sorta di mito. Alcune strade sono divenute quartieri residenziali grazie ai soldi guadagnati dagli emigranti tornati a casa. Dinamiche simili a quelle di altri paesi abruzzesi fortemente toccati dall’emigrazione, come nel caso dei minatori di Capistrello raccontati da Gianluca Salustri nel libro Pane e Polvere.

Negli anni venezuelani, Giuseppe costituisce un circolo di abruzzesi che conta circa 1.500 iscritti.

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Una piazza di Caracas negli anni ’50. Al centro della foto si riconosce l’uomo anziano delle foto in alto

Venivano da tutta la regione, la domenica si giocava a calcio e si commentavano insieme gli avvenimenti politici italiani dell’epoca che seguivamo su Radio Tropical”.

È in quel circolo che Giuseppe e tutti gli altri seguono la scia degli anni di piombo, insieme al resto della storia politico-economica e sportiva del tempo.

Dal rapimento Moro a Tutto il calcio minuto per minuto. Avevamo sempre un orecchio orientato verso l’Italia, e più in generale su ciò che accadeva dall’altra parte del Mondo.

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La statua di Simon Bolìvar a cavallo, presumibilmente nella stessa piazza ritratta in precedenza

Tra tutti, ricorda ancora con una certa commozione la reazione di un conoscente spagnolo frequentatore del circolo abruzzese, fuggito anni prima dal suo Paese a causa delle politiche repressive di Franco, alla notizia della caduta del dittatore fascista.

Qualcuno era andato a chiamarlo per dirgli di venire ad ascoltare la radio. Si precipitò con sua moglie. Appresa la notizia si voltò verso di lei dicendo “Yo mañana me voy. Si quieres venir, también, pero yo mañana me voy”. Il giorno dopo è partito e non lo abbiamo rivisto mai più.

All’inizio degli ’80 il Venezuela piomba di nuovo in un clima di instabilità politica. Chi intuisce la nuova corrente torna presto in Italia mettendo al sicuro famiglia e capitale. Così fa anche Giuseppe, che dopo qualche anno di pendolarismo transoceanico mette definitivamente fine alla sua esperienza latina.

Il Venezuela mi è rimasto nel cuore.” – mi confida commosso – “In quegli anni, di gente acculturata, abruzzese come indigena, non ce n’era tanta, ma di brava gente tantissima.

Una delle bambine viste in precedenza, in uno scatto particolarmente rovinato dall’acqua

Usciamo di casa verso ora di pranzo, dopo una lunga mattinata di chiacchiere. Invito Giuseppe al bar per sdebitarmi con un aperitivo. Prima di salutarlo gli chiedo quale paese abruzzese a suo avviso abbia dato di più in termini di forza lavoro e di spirito in quegli anni di avventure latino-americane.

Non ce n’è uno in particolare. Hanno dato tutti, e non solo al Venezuela. Gli abruzzesi in giro per il globo sono forse più di quelli rimasti a casa e, per questo, sono oggi a pieno titolo cittadini del mondo, radicati allo stesso tempo alla loro terra.”

Chiacchieriamo ancora un po’ e io ripenso alle foto ritrovate nella valigia e a quello strano viaggio intrapreso senza muovermi un passo da casa. Un viaggio lontano settant’anni, tornato alla luce dopo essere rimasto in una valigia per chissà quanto, e nel cuore di qualcuno forse anche di più. Ripongo gli scatti ritrovati in una scatola di latta sullo scaffale, tra le mete e le storie raccontate dai libri che ho amato e che, come loro, mi hanno portato lontano, in attesa del prossimo viaggio.

[Leggi anche – Concetta: storia resiliente di una donna abruzzese]

Gotico AbruzzeseFonti citate nell’articolo:

  1. https://www.asei.eu/it/2013/11/storia-e-memoria-dellabruzzo-migrante-nella-seconda-meta-del-xx-secolo-2/ 

Antonio Secondo

Vivo a Sulmona (AQ), dove sono nato e dove da qualche anno ho deciso di tornare a vivere. Mi occupo di web content e redazione di articoli, saggi e sceneggiature. Dall'autunno del 2013 sono inoltre editor di Gotico Abruzzese, un progetto nato con l'intento di raccontare un Abruzzo onirico e fuori dall'ordinario.