Ho visto Appennino del regista aquilano Emiliano Dante, e ne sono rimasto profondamente colpito.

Il film (il terzo del regista su questo stesso tema) è un profondo respiro di riflessione sul terremoto inteso nella sua accezione più ampia, dal punto di vista di chi lo ha vissuto in prima persona. Una riflessione che parte dal sisma aquilano del 2009 per giungere a quelli di Montereale, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto, attraverso le parole, le espressioni, le azioni, le scelte intraprese da quanti si sono trovati sulla sua strada.

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Appennino, di Emiliano Dante

Il film mi ha colpito, dicevo, e un motivo c’è ma, caso strano, ai titoli di coda non riuscivo ancora a carpirlo. Non avevo domande, né per me, né per il regista, e una volta a casa rimuginavo con in testa una strana e abulica confusione.

Non è perché, in fondo, sono di parte, in quanto abruzzese, dell’aquilano perlopiù e di base proprio a L’Aquila nell’Aprile del 2009. Non è neanche per via della cifra stilistica del lavoro, favolosa a mio avviso: bianco e nero, camera fissa su feroci paesaggi montani e simbologia esoterica.

Se volevi farmi felice, Emiliano Dante, ci sei riuscito.

Credo sia piuttosto per via dell’onestà intellettuale dimostrata nei confronti di un evento a proposito del quale è possibile dire tutto e il suo contrario, senza mai trovarvi una reale chiave di lettura. Così, nel film, il terremoto diviene “respiro della terra”, e la rabbia, lo sconforto dei primi momenti successivi all’emergenza diviene uno spunto per un viaggio introspettivo. Un viaggio alla ricerca del coraggio di fare i conti, tirando le somme con quanto siamo abituati a dare per scontato.

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Appennino, di Emiliano Dante

Affetti, appartenenza, integrità, costanza. Il terremoto riordina le priorità, mescolando le carte. Quelle stesse figure di arcani che nel film sembrano raccontare l’imprevedibilità di un evento, della sorte, apparendo a caso nella vita degli uomini, e dei paesi da loro abitati.

Tempo fa scrivevo che la nostra è una regione difficile da sempre, e che chi ha scelto di viverci dovrebbe saperlo e quantomeno farci pace. Emiliano Dante ha contribuito a mostrarmi che la nostra è una sorte legata a doppio filo con quella di molte altre realtà similari, che dalla loro terra dipendono, e per la loro terra si affannano.

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Appennino, di Emiliano Dante

Mi torna alla mente una citazione siloniana, in cui lo scrittore marsicano evidenziava come i cafoni fontamaresi non fossero in grado di far intendere il loro dialetto ai signorotti benestanti del circondario, cultori di un buon italiano. Quelli stessi cafoni, però, quando emigravano, si intendevano a meraviglia con i peones sudamericani, pur parlando lingue completamente diverse.

Questo perché, secondo l’autore, la loro storia, il loro carattere, la loro forma mentis, e il loro spirito era come legato dal lungo filo che unisce i popoli sfruttati del mondo.

Allo stesso modo, sugli appennini, sembra essere diffuso un linguaggio in grado di unire, spiritualmente e materialmente, chi col terremoto ha scelto di dialogare orizzontalmente. È il linguaggio di chi, in piena rivoluzione tecnologica, sa ancora riconoscere il potere della natura, e dei suoi elementi. Il potere di una neve abbondante, del vento, della terra che frana o che trema. Particolari che potrebbero apparire scontati, ma assumono un carattere profondo per chi li vive sulla pelle.

In una Nazione di terra che respira, il popolo appenninico rappresenta l’unica figura in grado di tastargli il polso. Di fare dei propri lutti una consapevolezza, della rabbia un metro di giudizio, delle parole niente più che vane impressioni.

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Appennino, di Emiliano Dante

Quante volte, dopo gli ultimi terremoti, ascoltando quelle parole mi sono sentito stanco e disgustato da quanti sembravano per forza proporre un’opinione sul tema. La verità è che questo tema non è soggetto ad opinioni, e tutto ciò che è in grado di fornire è una vera, sentita e sana esperienza personale.

Mi rendo conto forse solo ora che la potenza di un film come Appennino di Emiliano Dante sta nella sua gentile spontaneità, nella negazione di una verità assoluta, nella contestualizzazione del terremoto in quanto evento, e non calamità. Una visione che per molti mesi ho portato dentro senza riuscire ad esternare, e che ora sono felice che qualcuno abbia avuto la forza di fare.

C’era bisogno di coraggio, e Appennino è un film coraggioso, in grado di descrivere senza spettacolarizzare l’indole lunatica della terra che trema, e quella delle genti che su di essa sussultano, e che invano cercano ancora di comprendere.

Antonio Secondo

Vivo a Sulmona (AQ), dove sono nato e dove da qualche anno ho deciso di tornare a vivere. Mi occupo di web content e redazione di articoli, saggi e sceneggiature. Dall'autunno del 2013 sono inoltre editor di Gotico Abruzzese, un progetto nato con l'intento di raccontare un Abruzzo onirico e fuori dall'ordinario.

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