CONCETTA: STORIA RESILIENTE DI UNA DONNA ABRUZZESE

Francesco è tornato in paese per qualche giorno, dopo una lunga permanenza fuori. Ci organizziamo per mangiare insieme ed andare a camminare in montagna, come ai vecchi tempi. Mi chiede se ho voglia di pranzare da sua nonna Concetta e se poi vogliamo portarla con noi, per accompagnarla a raccogliere lo stabbio in una cascina montana a poca distanza.

Così sto un po’ con lei” – dice.

Gli rispondo che va bene. Perché è giusto e perché adoro sua nonna.

Concetta, tra i fiori di casa | Kodak Color 200

Concetta abita in una delle ultime case del paese, oltre la quale c’è solo un’ampia prateria con un asino e alcuni cavalli di proprietà di un mandriano. Appena dietro l’abitazione inizia il bosco che introduce alla scalata del Sirente.

Al nostro arrivo ci accoglie l’odore del sugo che bolle sul fuoco già da diverse ore in una pentola di coccio, come nella più classica tradizione italiana, e il piccolo cane di Concetta che scodinzola festoso e poi si sdraia a terra sottomesso. Poco vicino c’è un gatto, dei peperoncini appesi ad asciugare e un sacco di patate “cicciate”, che sono tornate cioè a mettere radici e non sono più buone da consumare.

Concetta ci sente salutare il cane. Si affaccia oltre la porta asciugandosi le mani su uno strofinaccio da cucina e saluta me e Francesco con un bacio e qualche convenevole. Si lamenta un po’ di qualche dolore dovuto all’età e alla richiesta di Francesco in merito all’orario in cui saremmo dovuti uscire per andare a prendere lo stabbio sul vicino altopiano di Baullo si fa seria e volta lo sguardo indietro, verso la montagna.

Verrà a piovere nel pomeriggio, non credo riusciremo ad andare” – sentenzia osservando le nuvole che arrivano dal versante opposto a quello in cui si trova il paese.

L’affermazione mi stupisce e le chiedo qualche informazione in più.

C’è aria di pioggia. Quando arriva dalla Marsica, su a Baullo piove a vento. Una pioggia fitta, che fa male. Punge come mille piccoli aghi.

Il maltempo sul Sirente, visto da casa di Concetta | Kodak Color 200

Divertita, ricorda con Francesco quella volta in cui dovettero scappare durante una passeggiata per raccogliere radici di genziana, con lei che continuava ad intimare agli altri di tornare a valle perché la pioggia sarebbe arrivata a breve.

Siamo tornati in macchina appena in tempo” – dice – “un attimo prima di beccare la pioggia”.

Francesco le chiede se allora, invece dello stabbio, non si potrebbe andare a raccogliere le pigne per la stufa in un bosco dall’altro lato della Valle, che forse non sarà interessato dalla pioggia.

Vediamo come si mette il tempo” – conclude lei, lapidaria.

Concetta e Francesco | Kodak Color 200

Concetta sa’ che non mangio carne, ma ogni volta me la offre scusandosi subito dopo per essersene dimenticata. Io sorrido e bado a tranquillizzarla.

La cucina è vissuta, riflette le abitudini di una donna abituata a viverla molto per preparare pietanze e conserve da stipare. Nell’orto appena dietro l’abitazione, Concetta produce una buona percentuale di ciò che consuma, e questo significa imparare a conservare gran quantità di alimenti seguendo i ritmi della natura che li offre. Ortive, legumi, spezie hanno tempi prestabiliti. Arrivano tutti insieme nel momento della maturazione, ed è necessario sapere come conservare tutto per evitare gli sprechi, garantendosi l’approvvigionamento per i mesi a venire. Nella cucina di Concetta c’è un pentolone di crema alcolica alla menta in attesa di essere imbottigliata, alcune forme di pane, barattoli lavati e lasciati ad asciugare, erbe aromatiche messe a seccare e ancora pasta fresca, barattoli di sugo, bottiglie vuote, pentole lavate.

La gatta della vicina | Kodak Color 200

L’espressione lampante di uno stile di vita in un semplice ambiente domestico. Concetta armeggia ai fornelli mentre io e Francesco ci godiamo un aperitivo a base di pane e pecorino. Nel vederla versare la pasta fresca nell’acqua le chiedo provocatoriamente dove l’abbia comprata.

Non compro pasta: ho le galline” – si affretta a rispondere, alzando una mano in un gesto orgoglioso.

La mia provocazione risiedeva nel conoscere la risposta. Una dozzina di galline significa circa dodici uova fresche al giorno. Concetta prepara 9 vassoi di pasta ammassata la settimana, tre per lei e tre a testa per le sue due figlie.

Io e Francesco ci lanciamo uno sguardo di intesa per la piccola provocazione andata a buon fine. Lui mi istiga ad insistere un po’, chiedendo a sua nonna in che periodo si raccolgono le radici di genziana.

Alla mancanza di Ottobre” – risponde sicura lei, mentre Francesco mima nello stesso momento la risposta con le labbra per farmi capire che si tratta di un diktat al quale è impossibile sfuggire.

Concetta e Francesco, in cucina | Kodak Color 200

Alla “mancanza” significa “con la luna calante”, quindi alla luna calante di Ottobre.

La nuova scoperta mi provoca un moto di tenerezza incontenibile, rotto un attimo dopo dall’arrivo di una copiosa spasa di tagliatelle al sugo in tavola. Nel sedersi, Concetta si accorge che non ha peperoncino fresco da offrirci, così esce sul retro per prenderne un po’.

Francesco nel frattempo si lamenta della birra, perché è aromatizzata la limone. Dice che è la preferita del ragazzo rumeno trasferitosi in paese da qualche anno che di tanto in tanto aiuta Concetta nei lavori più pesanti, come accatastare la legna, visto che lei ha ormai una certa età. Quando accade, Concetta si premura di avere sempre in casa qualcosa da offrire a lavoro concluso: un dolce fatto in casa, caffè e, per l’appunto, la birra al limone che a lui piace.

Tornata dall’orto con un paio di peperoncini in mano, ci ragguaglia sul fatto che non sarà possibile neanche andare a raccogliere le pigne nel pomeriggio, in quanto la perturbazione si sta spostando da quel lato.

A Baullo piove forte ora

Nell’ascoltare queste parole mi accorgo in effetti di come sia cambiata l’aria fuori dalla vicina finestra, facendosi frizzante e profumata.

Mentre pranziamo, chiedo a Concetta dello stabbio che saremmo dovuti andare a raccogliere nel pomeriggio. Nella vecchia cascina sull’altopiano è presente un vecchio stazzo sotto cui un pastore ha protetto per anni il suo nutrito gregge. Il guano delle pecore, unito al loro trapestare di terra smossa, ha contribuito alla produzione di un terriccio ottimo per le colture. Quando ne ha bisogno, Concetta ci si reca con un paio di sacchi iuta e ne raccoglie quanto basta per il suo piccolo orto. Parliamo in sostanza del terriccio universale, disponibile in qualsiasi vivaio o negozio specializzato in giardinaggio, ma di migliore qualità e soprattutto accessibile a chiunque. La conversazione continua col racconto della storia personale del pastore che negli ultimi anni abitò nella cascina. Una storia di dignitosa povertà e ascetismo, di quelle ancora nascoste nel sottobosco della nostra regione e che talvolta diventano spunto per giornalisti o blogger interessati a raccontare la bellezza della vita semplice con gran sperpero di eufemismi.

Concetta sparecchia la tavola e mi chiede cosa gradisco per secondo. Nel rispondere trattengo il piatto appena usato tra le mani, dicendole che non occorre sporcane un altro. Lei insiste, lo prende su e lo ripone assieme agli altri nel lavandino.

Tanto oggi è brutto tempo e ho poco da fare. Almeno lavo i piatti, altrimenti mi annoio. Però, visto che oggi piove, domani possiamo andare per funghi.” – dice sorridendo.

Resto incredibilmente basito di fronte a tanta positiva naturalezza. Un’armonia anacoretica in perfetta sinergia con l’esistente. Il ritmo lento di chi vive in simbiosi con ciò che lo rappresenta.

Concetta mi mostra il campo | Kodak Color 200

Dopo pranzo Concetta ci tiene a mostrarmi il terreno dietro casa e le colture del momento. Quello di possedere un piccolo fazzoletto di terra nel quale coltivare è un’abitudine propria degli indigeni. Il supermercato più vicino si trova in un comune limitrofo e in paese l’ultimo alimentari non ha che lo stretto indispensabile. È per questo necessario provvedere quanto più possibile ai propri bisogni, senza dover necessariamente ricorrere all’utilizzo dell’auto, specie per le persone più anziane, per qualche uovo o una costa di sedano per cucinare.

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Nel campo troviamo aglio, cipolle, piselli, ceci e piantine di pomodoro appena nate, insieme a cespugli di lamponi e ortive di vario genere. Le sementi non vengono acquistate, ma generate da una parte delle colture precedentemente raccolte. La cenere della stufa nutre il campo, insieme al compostaggio domestico. La pollina e lo stabbio di Baullo fanno il resto, insieme all’alternarsi di colture che rendono le piante in perfetta salute, così come è possibile vederle nelle foto di un qualunque manuale di agricoltura. In un perpetuo alternarsi di nozioni scientifiche e superstizioni popolari, come quella che vuole, tra le altre cose, la semina nelle diverse fasi lunari artefice della buona o cattiva riuscita di un raccolto.

Provo una grandissima tenerezza quando Concetta mi spiega a cosa serve la grande tanica con il tubo per irrigare infilato dentro, a metà del campo.

Le gambe” – racconta – “non sono più quelle di una volta. Così quando finisco di irrigare, prima di avviarmi per andare a chiudere l’acqua, infilo il tubo nella tanica, così non se ne spreca una goccia”.

Piccoli gesti cauti, di attenzione. Di rispetto.

La raccolta del giorno | Panasonic GH4

Sostanza di una donna in forze rimasta vedova precocemente, ferma su gambe stanche, di una dignità e di un altruismo austero e senza pari.

Mi mostra i pulcini nati da una recente chiocciata, sorride allo spirare del vento fresco che scende a valle e quando mi racconta che l’asino del vicino qualche giorno prima è riuscito ad entrare nel suo campo mangiando alcune delle piante che aveva seminato.

Anche l’asino deve mangiare” – sospira con estrema dolcezza.

Mi mostra ancora un grande scatolone di gusci d’uovo ridotti quasi in polvere e conservati nella rimessa adiacente il campo. Quando piove si siede all’asciutto della rimessa e lentamente li frantuma con un bastone. Quel trito viene poi aggiunto ad un pappone costituito da pezzi delle patate cicciate di cui sopra, cotte nell’acqua dalla quale la pasta del pranzo è appena stata scolata, con l’aggiunta della farina avanzata per prepararla, resti di pane secco e scarti vegetali. Il tutto viene amalgamato con l’aggiunta di qualche vecchio peperoncino andato a male, utile a scaldare la ghiandola che permette alle galline di covare le uova. Un pasto completamente ricavato dall’esubero, al pari del nutrimento della stufa (in paese c’è la differenziata ma Concetta non butta mai carta e cartone raccolto perché lo usa per accendere la vecchia stufa in ghisa all’ingresso di casa).

C’è chi osserva la raccolta | Panasonic GH4

Prima di congedarci prendiamo un ultimo assaggio di caffè e un bicchiere di genziana. Dall’altro lato della valle ha iniziato a piovere come aveva previsto Concetta. La lasciamo a casa, intenta a rassettare, dirigendoci a Ovest, verso Forca Caruso, sulle tracce del pastore protagonista della storia raccontata durante il pranzo. Lo troviamo in una sghemba costruzione abbandonata in mezzo alle radure, in una minuscola contrada abbandonata una volta nota come Santa Lucia.

La pioggia ci attende all’arrivo, una pioggia secolare, che la gente di qui conosce bene. Il pastore eremita ci invita ad entrare e da una rozza credenza tira fuori dei biscotti da offrirci. Discorriamo e mangiamo i biscotti, mentre con la mente torno a Concetta e alla giornata appena trascorsa.

È piccolo l’Abruzzo, fatto di piccole strade, piccoli paesi, piccole storie.

Lo racconto da anni, so bene dove comincia e dove finisce, ma non cosa contiene. Ciò che so di per certo è che una parte di esso scompare ogni giorno, mutando tra le nostre mani. L’eredità lasciataci in consegna da chi, come Concetta, ci ha preceduto non ha valore che per noi, per ciò che come abruzzesi rappresentiamo.

Non siamo figli di una terra storicamente ricca. Tutt’altro.

Silenzio, natura selvaggia e cultura popolare sono da sempre il massimo lusso concessoci, e le nostre antiche genti, con le loro piccole storie, rappresentano parte di un’eredità spirituale da valorizzare al pari dei nostri paesi, delle nostre montagne.
Non dimenticare, non disperdere patrimonio così pesantemente minacciato, diviene oggi un dovere. Facendolo saremo forse, un giorno, anche noi in grado di osservare le nuvole traendone impressioni e presagi. E, come Concetta, di sorridere in piedi su gambe stanche, considerando benevolo un giorno di pioggia, se il giorno dopo si può andare per funghi.

Gotico Abruzzese

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Antonio Secondo

About Antonio Secondo

Vivo a Sulmona (AQ), dove sono nato e dove da qualche anno ho deciso di tornare a vivere. Mi occupo di web content e redazione di articoli, saggi e sceneggiature. Dall'autunno del 2013 sono inoltre editor di Gotico Abruzzese, un progetto nato con l'intento di raccontare un Abruzzo onirico e fuori dall'ordinario.

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